• 23 Luglio 2024 16:29

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Il Sacro Cuore ci ricorda cosa vuol dire amare davvero

Quella per il Sacro Cuore non è una semplice devozione popolare di tipo “emozionale”, ma una vera e propria scuola di spiritualità che può insegnare come vivere da cristiani nel mondo di oggi. Non ha dubbi a proposito il gesuita Ottavio De Bertolis, cappellano dell’università “La Sapienza” di Roma, autore di numerosi testi dedicati proprio al Sacro Cuore.

A questa devozione papa Francesco dedicherà un nuovo documento, che, secondo quanto annunciato dallo stesso Pontefice lo scorso 5 giugno, sarà pubblicato a settembre, durante l’anno del 350° anniversario della prima manifestazione del Sacro Cuore di Gesù alla religiosa visitandina santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) nel monastero di Paray Le Monial il 27 dicembre 1673. Le celebrazioni si sono aperte il 27 dicembre 2023 e si chiuderanno il 27 giugno 2025. Il sesto mese dell’anno è solitamente dedicato al Sacro Cuore di Gesù la cui solennità, dal 1856 per volere di Pio IX cade il 3 giugno. Un documento quello del Pontefice argentino che si collocherà molto probabilmente in continuità con l’enciclica di Pio XII dedicata a questa devozione Haurietis Aquas (1956).

Recentemente De Bertolis ha dedicato un ampio saggio sui fatti di Paray Le Monial sulle colonne de La Civiltà Cattolica. E sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù nel corso di questi anni il religioso si è occupato scrivendo vari libri editi dall’Adp (Apostolato della Preghiera) e da Tau Editrice. «Quelle apparizioni private che durarono 17 anni non si sostituiscono alla rivelazione pubblica, terminata con la morte dell’ultimo apostolo e testimoniata dalle Scritture. Piuttosto, le ricordano e ripropongono – è l’argomentazione dello studioso – nella storia, attuando la promessa di Gesù, per la quale lo Spirito avrebbe ricordato ai suoi discepoli di ogni tempo le sue parole. È una memoria non solo intellettuale, ma profonda, vissuta. Lo Spirito ha sempre suscitato, fin dai subito, uomini e donne che hanno incontrato il Risorto in modo più vivido di altri, e ne hanno dato testimonianza, ad edificazione di tutta quanta la Chiesa».

I fatti di Paray Le Monial oggi che traccia di fede lasciano all’uomo contemporaneo?

In un tempo quale il Seicento francese, segnato dal giansenismo, una lettura del cristianesimo priva di anima, che riduceva la fede a una dimostrazione e la vita cristiana a dei doveri, quelle apparizioni ricordavano che il centro del messaggio di Gesù è l’amore, che chiede di essere riamato. Questo amore si è manifestato nel corpo sofferente di Gesù, e la ferita del suo fianco ne è somma testimonianza. Si tratta di ricordare in fondo quel che dice Giovanni: “Non siamo stati noi ad amare Dio; è Lui che ha amato noi”, e a viverlo sul serio. Del resto, l’evangelista continua: “Noi amiamo, perché Lui ci ha amato per primo”. Sta tutto qui. Paolo dirà: “Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me”. Il Cuore di Cristo ne è simbolo estremamente significativo.

Le apparizioni segnarono l’impulso di un rinnovamento della Chiesa?

Certamente, attraverso proposte che furono largamente accolte dal popolo cristiano, anche per l’appoggio e il sostegno dei gesuiti. Ad esempio, l’istituzione della solennità del Cuore Sacratissimo di Gesù, la pia pratica dei primi nove venerdì del mese, la diffusione dell’immagine del Cuore di Cristo, quale quella dell’illustre pittore settecentesco Pompeo Girolamo Batoni, custodita oggi nella Chiesa del Gesù di Roma, ed altre ancora, che trovarono e trovano tuttora enorme sviluppo ed accoglienza.

Che cosa proporrebbe a chi volesse accostarsi a tale spiritualità?

Una vera scuola è l’abituarsi, ogni giovedì sera, a vegliare e pregare, secondo la richiesta che Cristo fece in Getsemani ai suoi stessi discepoli, per il tempo di un’ora, meditando e contemplando la Passione, in tutto o in parte. Nella tradizione ecclesiale, è chiama l’ora santa. Qui non conta il leggere molto, o il “dir su” parole o orazioni, ma il sentire molto intimamente, un po’ come gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Lì Cristo stesso ci svela il suo Cuore, che si mostra in modo eminente in quel momento.

Non c’è il rischio di una lettura “parziale” del Vangelo?

In realtà tutta la Scrittura ci rivela il Cuore di Cristo, anche l’Antico Testamento. Si tratta, come del resto si farebbe per un uomo, di conoscere il suo cuore, la profondità del suo io, attraverso quel che disse, quel che fece. Nel caso di Gesù, anche quando non dice e non fa più niente, ossia sulla croce, il suo Cuore si rivela al massimo grado.

Quali altre strade abbiamo per conoscere l’identità profonda di Cristo?

Ovviamente la Messa è il dono più grande dell’amore di Cristo, e di lì nell’adorazione eucaristica il Cuore di Cristo è realmente presente davanti a noi. Attende l’offerta di noi stessi, di tutta la nostra vita, che possiamo esprimere nella così detta “consacrazione” a Lui: è un perfetto rinnovamento delle nostre promesse battesimali, e un vero sigillo che Lui pone nelle nostre anime. Chiesta esplicitamente a santa Margherita Maria per strappare gli uomini dal dominio del peccato e dal potere delle tenebre, rinnova anche oggi i suoi effetti meravigliosi.

Ma questa devozione è ancora attuale per il popolo cristiano?

Più che di una devozione, parlerei di una spiritualità, che è una modalità di vivere, capire e celebrare l’intero mistero cristiano, quasi un paio di occhiali attraverso i quali vedere tutta la nostra vita. Liturgia, l’intero culto, teologia, la nostra riflessione, diakonia, il nostro servire, ne sono i frutti immediati. Per il resto, penso che negli ultimi 50 anni sia stata abbastanza trascurata, anche da parte di chi avrebbe avuto non dico il dovere, ma il dono grande di farla conoscere più e meglio. Spero molto che il prossimo documento di papa Francesco possa aiutare tutti noi in questo senso.

A suo parere, come questa devozione potrebbe essere sviluppata e vissuta in modo più efficace?
Certamente: del resto, credo che la devozione della Divina Misericordia, proposta da santa Faustina Maria Kowalska e che oggi è tanto amata, sia un suo consequenziale sviluppo. Io personalmente propongo di fare l’ora santa non solo il giovedì notte, ma anche il venerdì notte, onorando la sua discesa agli inferi. Impariamo a vegliare e pregare nella notte del mondo, afflitto da tante guerre, e anche nella notte della Chiesa, che assiste a così grande allontanamento di molti dal suo seno. Gesù scende nei nostri inferi, nelle nostre morti, per risollevarci da tante morti spirituali che ci affliggono.
Un’occasione per scoprire dunque l’amore di Dio per noi….attraverso proprio il suo Sacro Cuore. Ci può spiegare il perché?
In realtà, non si tratta di obblighi, ma di possibilità che ci sono offerte. In queste cose vale il principio che tutto è utile, ma niente è indispensabile. Resta il fatto, del quale sono persuaso, che il pregare gli uni per gli altri, e anche gli uni al posto degli altri, sia la missione apostolica più importante nella Chiesa, se non altro perché solo noi credenti possiamo farla. Le opere di misericordia corporale, per fortuna, sono alla portata di tutti. Del resto, quel che abbiamo fatto a uno solo dei suoi fratelli più piccoli, l’abbiamo fatto a Lui. Onora il Cuore di Cristo chi conforta i suoi poveri, nei quali egli è presente, come in un sacramento. Ma i poveri più miseri non sono quelli del corpo, ma dello spirito, ampia parte del nostro Occidente. Compassione e riparazione sono i cardini di questa nostra spiritualità.