• 9 Febbraio 2026 11:49

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La diatriba sul termine genocidio e il rischio di non riconoscere il male

Il diritto internazionale, ha scritto Natalino Irti, si leva al tramonto, quando la giornata è conclusa o prossima a concludersi, intendendo dire che non anticipa ma segue le mutevoli vicende della storia. Nel fluire del tempo c’è però sempre un prima e un dopo. Il diritto che pigramente viene alla luce per sanzionare politicamente e moralmente persecuzioni e stermini già consumati, serve principalmente per prevenire e per punire atrocità future. Nel 1944, quando Rafael Lemkin coniò il neologismo genocidio associando al lemma greco génos, «genere», «stirpe», il suffissoide latino -cidium da caedere, «uccidere», le disumanità che intendeva stigmatizzare erano state già perpetrate. I nazisti avevano sterminato ebrei e romanì, gli ottomani gli armeni, i tedeschi gli herero e i nama, i coloni i popoli amazzonici, e via via fino all’inizio dei tempi.

Di genocidio non si parlò quasi più fino ai primi anni Sessanta, quando il tenente colonnello delle SS Otto Adolf Eichmann, uno degli organizzatori della «soluzione finale», fu processato a Gerusalemme e impiccato per «crimini contro il popolo ebraico», delitto creato allo scopo sul modello del genocidio. Le commemorazioni dell’eccidio degli armeni e azioni terroristiche su obiettivi turchi amplificarono l’interesse pubblico sul termine e sul fenomeno. Iniziarono controversie politiche e dottrinali, mai sopite.

Lemkin si incentrò particolarmente sulla mostruosa e meticolosa sistematicità del programma nazista di annichilimento degli ebrei, di cui furono vittime anche 49 suoi familiari, ma si batté anche contro altre atrocità che qualificava genocidi, fra cui il massacro degli armeni e la morte per fame di milioni di contadini ucraini causata dalle politiche staliniane. La Convenzione si propone di «liberare l’umanità dal flagello del genocidio»: tutti i genocidi. Come ogni norma giuridica, parte da un’esperienza trascorsa e dispone per l’avvenire. Altrettanto dovrebbe fare la morale: guardare indietro per andare avanti. La Convenzione non è rimasta muta su eventi successivi che in diversi fori sono stati ricondotti a quel modello di atrocità di massa: lo sterminio delle minoranze e dei dissidenti dai Khmer rossi cambogiani, dei curdi in Iraq, dei tutsi dagli hutu in Ruanda, dei musulmani dai serbo-bosniaci, degli yazidi dallo Stato Islamico, dei rohingya dalla giunta birmana – elencazione esemplificativa.

Versare sangue innocente e praticare il male è vietato e disumano. Solo questo conta. Si rigetti la propaganda che manipola le parole per coprire le cose. Si lasci a giudici e storici il compito di interpretare gli eventi imparzialmente e nei giusti tempi, secondo categorie, norme e prove. Non si illudano i carnefici, in ogni angolo del mondo. Possono forse sfuggire ai tribunali degli uomini, non sottrarsi a quello della Storia. Non smarriscano i vinti la speranza. La ruota gira. Per tutti, trionfatori e sconfitti, vale una lezione vecchia di tre millenni: «Non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra… perché il tempo e il caso raggiungono tutti». Ecclesiaste, 9, 11.

(fonte avvenire)