• 9 Febbraio 2026 9:50

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La Vara di Messina: “Quella specie di Teatro mobile” che attraversa la storia di una città

di Attilio Borda Bossana – “Non vi ostinate a volerla tutta analizzare; contentatevi dell’insieme. La Bara va veduta mentre è in movimento; ferma, non vi da più che una pallida idea di sé stessa. Quando cammina, gli interni congegni sono messi in moto, e le ruote girano in sensi diversi senza che voi possiate seguirne i particolari. Mentre in basso, nella piattaforma, un coro di angioletti percorre il gran disco, i dodici apostoli, senza muoversi attornano Maria, morta …”. Questa la descrizione che, agli esordi del XX secolo, il più grande studioso di tradizioni popolari siciliano Giuseppe Pitrè, scriveva della Vara di Messina, macchina festiva fra le più presenti nelle sue opere, per la peculiarità ed il fascino. Si tratta della trasposizione destinata alla devozione popolare di una città legata al culto mariano dell’Assunzione, la Dormitio tema iconografico ricorrente fin dalle prime realizzazioni bizantine, e rappresentato dal carro piramidale, con l’anima della Madonna che sale verso il cielo. La festa ha origini che risalgono al XVI secolo, nell’ambito delle celebrazioni all’arrivo di Carlo V a Messina, il 21 ottobre 1535, reduce dalla vittorie di Tunisi e La Goletta, episodi delle guerre ottomano-asburgiche. In onore dell’Imperatore il Senato messinese dette proprio ” compimento alla macchina della Vara”.

la-vara-2-300x225 La Vara di Messina: “Quella specie di Teatro mobile” che attraversa la storia di una città
foto Roberta Ciraolo

La processione della Vara, nel pomeriggio del 15 agosto, attrazione di fedeli e turisti che assistono allo spettacolo, tra sacro e profano, con il “tiro” attraverso le lunghe gomene dell’intera struttura, negli ultimi due decenni, grazie all’attenzione delle civiche amministrazioni, alla sensibilità di Commissioni storico-scientifiche e di Comitati di cultori ed esperti della manifestazione, ha riacquistato caratteri storici e solenni aderenti alla prima testimonianza del 1562 di Francesco Maurolico. Dopo l’Unità d’Italia, infatti la processione della Vara fu sospesa dal Governo Sabaudo e ripresa solo nel 1886 per subire una nuova interruzione, dopo il terremoto del 1908, sino al 1926: parentesi queste che hanno determinato nel tempo, la perdita di tanti simboli e valori che, grazie a questo impegno corale di ricostruzione della memoria, si vanno recuperando a favore di nuove suggestioni per chi assiste a “questa specie di teatro Mobile”, come un cronista ottocentesco descriveva la Vara messinese. Peculiarità della Vara è proprio quella di essere stata congegnata come una “machina” di movimenti simultanei tesi a ricreare l’immagine complessiva di un avvenimento cosmologico ed ontologico al tempo stesso – come sottolineava nel 1991, Sergio Todesco proprio nel volume Teatro Mobile Feste di Mezz’agosto a Messina che costituì un supporto storico-documentario della mostra “Colossi: Le macchine festive di mezz’agosto tra storia ed antropologia”, curata dallo stesso Todesco per conto del Comune di Messina nell’agosto 1990, con i contributi degli scomparsi Giovanni Molonia e Franz Riccobono, competenti collezionisti e cultori di storia messinese.

la-vara-225x300 La Vara di Messina: “Quella specie di Teatro mobile” che attraversa la storia di una cittàUna struttura, la Vara, piuttosto complessa sotto il profilo iconologico e iconografico tant’è che Pitrè nella sue descrizioni, raccomanda: «Ebbene, se vi affissate sopra queste figure – le sole conservate di personaggi reali su tutto il carro –, voi perderete l’effetto del movimento rotatorio del Sole a destra e della Luna a sinistra, l’uno avanti, l’altra dietro, coi loro puttini, e vi passerà inosservata la macchina del trionfo che si leva sopra quattro pilastri, ed è rappresentata da un cielo del più bel colore che possiate immaginare. E se guardate al sole e alla luna, sciuperete la vista del mondo, e delle nubi che lo circondano, e degli angeli ecc.».
Una serie di rappresentazioni e decorazioni, nei vari livelli dalla classica mantovana che cinge il perimetro della Vara, agli assi – comunemente chiamati “stancon” – su cui poggiano i ceri (ricordo di “dodici enormi ceri di sedici pollici di diametro e di sei piedi di altezza “, come scrisse nel 1778 il viaggiatore francese Jean Houel), e i seggiolini dove sedevano dodici bambini e gli angeli serafini in legno, alle rappresentazioni astronomiche e celesti.
In un’ottica antropologica, la Vara è propriamente teatro, ossia uno spazio rituale entro cui agiscono dei personaggi. La fissità, l’immobilità dei misteri medioevali in cui le figure sono quasi cristallizzate nei loro ruoli, si sposa – come evidenzia Todesco – qui con l’esigenza barocca del falso movimento. «Ci si muove, ma solo per tornare al punto di partenza; il percorso è stato già stabilito in anticipo… Le élite religiose e politiche gestiscono la Vara, ma i veri destinatari, i veri fruitori della machina sono i ceti subalterni. La lettura cattolica-egemone di stampo barocco della Vara (trionfo della Vergine e strutturazione gerarchica dell’Universo, Pompa Magna ecc.) si contrappone alla diversa ottica popolare, che mette in atto un’opera di fruizione emozionale di tipo magico-religioso con intenti ed effetti compensativi, di utilizzazione consolatoria del tempo festivo».

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Foto: Salvatore Scuderi

La Vara è un asse del mondo mobile, ossia consente che i fedeli che la seguano siano sempre al centro del proprio universo. Attraverso i percorsi rituali della “machina”, infatti, si compie pur sempre una riappropriazione di spazi che, divenendo luoghi deputati dell’evento festivo, si ripropongono come spazi pregnanti, dotati di senso, e non vuoti e naturalisticamente inerti.
Gli elementi simbolici della Vara di Messina, creano un’esperienza visiva e narrativa che si lega profondamente alla tradizione letteraria, come in particolare alla “Legenda Aurea” testo del XIII secolo di Jacopo da Varazze, che ha ispirato la rappresentazione dell’Assunzione di Maria. Il carro trionfale ne riproduce la scena, e la letteratura, sia antica che moderna, contribuisce a mantenere viva la tradizione, con menzioni e descrizioni che ne celebrano la storia e il significato. Basta solo riferirsi alle opere di Placido Samperi nato a Messina il 17 agosto 1590, a quelle degli storici messinesi Giuseppe Buonfiglio (1547) e Caio Domenico Gallo (1697).
La Vara quindi attraverso tali memorie e con la sua complessità scenica, continua ancora oggi a prendere vita attraverso la tradizionale processione e soprattutto dall’insieme delle pratiche, credenze e manifestazioni religiose che si sviluppano e si diffondono, spesso al di fuori dei canoni ufficiali ma che non rimane più vincolata ad un solo periodo dell’anno, il famoso Mezzagosto messinese.
Proprio al Palacultura nel 2021 è stata allestita la Mostra permanente della Vara e dei Giganti, inserita nel progetto delle politiche identitarie dell’Amministrazione comunale. Molti i reperti di grande interesse fra i quali il bellissimo dipinto di Michele Panebianco del 1842 già nelle Collezioni del Console tedesco a Messina nel 1871, Felix Bamberg, ed acquistata dalla Civica amministrazione nel 2017. Una immagine che riesce a cogliere la realtà dell’evento Vara con la sua storicità e la capacità di varcare la soglia del contingente e del fugace per immergersi nel mistero dell’“oltre”.

(Fonte: Gazzetta del Sud – Attilio Borda Bossana)