• 9 Febbraio 2026 7:42

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Commento a cura di Suor Cristiana Scandura

Mercoledì della XXIX settimana del tempo Ordinario

Letture: Rm 6,12-18   Sal 123   Lc 12,39-48

«Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così” (Lc 12,42s).

Nel brano evangelico odierno, risuona l’invito di Gesù a stare pronti, a tenerci pronti: un invito che sale dal profondo della vita, perché vivere è attendere. Lo stesso Dio ha sete che abbiamo sete di lui, desidera essere desiderato, ha desiderio del nostro desiderio.

famiglia-e1728375143243-300x206 La vita è attesaLa vita è attesa: di una persona da amare, di un dolore da superare, di un figlio da abbracciare, di un mondo migliore, della luce infinita che possa illuminare le tue paure e le tue ombre. Attesa di Dio. Diverso è l’atteggiamento del servo infedele che, approfittando del ritardo del padrone, «comincia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».  Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l’incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.

La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire. La fortuna nostra, di noi servi inaffidabili, consiste nel fatto di avere un padrone così, pieno di fiducia verso di noi, che non nutre sospetti, cuore luminoso, che ci affida la casa, le chiavi, le persone. La fiducia del mio Signore mi conquista, mi commuove, ad essa rispondo. La nostra grazia sta nel miracolo di un Dio che ha fede nell’uomo.

Io crederò in lui, perché lui crede in me. Sarà il solo Signore che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore (Ermes Ronchi).