• 3 Aprile 2026 1:24

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Messa in Coena Domini: l’amore che resiste alla notte del mondo

La celebrazione della Messa in Coena Domini apre i riti del Triduo Pasquale, introducendo i fedeli ai momenti centrali della liturgia cristiana. Durante il Giovedì Santo si fa memoria dell’Ultima Cena, dell’istituzione dell’Eucaristia e della lavanda dei piedi. In un contesto storico odierno caratterizzato da conflitti e tensioni in diverse aree del mondo, i gesti di Cristo vengono riproposti come un richiamo al valore del servizio e dell’umiltà. Il rito invita le comunità a riflettere sull’importanza della condivisione e sul rifiuto della logica della violenza, attualizzando il messaggio evangelico attraverso l’impegno sociale e il raccoglimento.

Il rito d’apertura del Triduo Pasquale

Nel silenzio denso del Giovedì Santo, quando la Chiesa celebra la Messa in Coena Domini, il tempo sembra sospendersi. Quella sera, Gesù spezza il pane con i suoi discepoli e dona se stesso nell’Eucaristia, compiendo il gesto che diventa cuore della fede cristiana. Ma oggi, in un mondo attraversato da guerre, paura e divisioni, questa celebrazione risuona con un’urgenza nuova: ci ricorda che l’amore gratuito e il servizio umile sono ancora l’unica via possibile per la pace.
La Messa in Coena Domini apre il Triduo Pasquale, il tempo in cui la comunità cristiana rivive la Passione, la morte e la Risurrezione di Cristo. È una porta d’ingresso nel mistero pasquale, come una sintesi sacramentale di ciò che il Triduo celebra in tre giorni distinti: l’amore che si dona, che soffre, e che risorge.  Durante questa liturgia, i fedeli non fanno solo memoria di un evento passato: vengono resi presenti a quell’ultima Cena, al gesto di amore umile che Gesù compie per i suoi, lavando i piedi ai discepoli — il simbolo più radicale di un potere che si fa servizio.

L’attualità del messaggio evangelico

Oggi questi gesti parlano al cuore di un’umanità ferita. In molte nazioni, dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Africa all’America Latina, le tavole della fraternità sono infrante dal rumore delle armi. E il “lavare i piedi”, cioè farsi ultimi per amore, continua a essere la
lezione più ignorata della storia. Durante questa celebrazione, le parole del Vangelo — “Amò i suoi sino alla fine” — risuonano come un grido contro la logica dell’odio e della vendetta. L’Eucaristia diventa allora un atto di resistenza spirituale, il rifiuto di ogni cultura di morte. Papa Francesco, negli ultimi anni, ha voluto celebrare la Coena Domini in luoghi segnati dal dolore: carceri, ospedali, centri per rifugiati. Gesti che volevano uscire dalle mura del tempio e portare l’Eucaristia laddove l’amore sembra più assente. Questo rito non è soltanto memoria sacra, ma anche impegno sociale e umano. Lavare i piedi significa chinarsi sulle ferite del mondo, sulle vittime della violenza, sui poveri scartati dalla storia.

La reposizione dell’Eucaristia

Liturgicamente, la Messa del Giovedì Santo conserva un tono di festa, ma anche di profondità. Il Gloria risuona per l’ultima volta prima del silenzio del Venerdì Santo, le campane si spengono e, dopo la Comunione, l’Eucaristia viene portata solennemente nell’Altare della reposizione. È l’inizio della notte del Getsemani, del dolore e della
preghiera. La comunità rimane in adorazione davanti al “Corpo donato”, sapendo
che il pane spezzato è lo stesso Corpo delle vittime della storia.

L’invito alla riflessione per i fedeli

La Messa in Coena Domini ci chiede di domandarci da che parte stiamo: con chi serve o con chi domina, con chi spezza il pane o con chi divide i popoli. In un tempo in cui il mondo appare smarrito, questo rito resta una chiamata a credere che la carità non è
vana, che anche oggi, sotto il frastuono delle guerre, Cristo continua a chinarsi per lavare i piedi dell’umanità. E nel suo silenzioso atto d’amore si intravede la speranza di un’alba di pace, quando l’uomo riscoprirà che solo servendo si diventa liberi.
Nella sua semplicità, questa liturgia racchiude un messaggio che non invecchia: l’unico potere che salva è quello dell’amore. Un amore che non si impone, ma si offre; che non
distrugge, ma ricostruisce; che non teme la croce, perché sa che oltre la notte c’è la luce.
La Messa del Giovedì santo è dunque molto più di una commemorazione. È una chiamata
rivolta a ogni credente a vivere nella quotidianità lo stile di Gesù: spezzare se stessi come pane per gli altri, condividere il proprio tempo, il proprio perdono, la propria vita. Nell’Eucaristia, il Cristo consegna il senso ultimo dell’esistenza: amare “fino alla fine”, come Lui ha amato.