La povertà a Messina non è un grafico né una tabella. È la storia di Maria, 42 anni, che lavorava a ore nelle case e che oggi, esclusa dall’Assegno di Inclusione perché non ha figli né disabilità, vive in un limbo economico. È la storia di Paolo, 57 anni, che ha perso il lavoro durante la pandemia, aveva trovato un equilibrio precario grazie al Reddito di Cittadinanza e ora, rimasto fuori dalle nuove misure, sopravvive facendo piccoli lavoretti saltuari.
Sono storie che la Caritas incontra ogni giorno nei suoi sportelli, e che compongono quel mosaico umano che il nuovo report rende evidente: la povertà non è diminuita, è solo diventata più silenziosa — e più difficile da raggiungere.
La fotografia scattata dalla Caritas racconta una Messina sempre più fragile, dove un numero crescente di famiglie scivola silenziosamente verso la povertà. Non si tratta più soltanto delle fasce storicamente vulnerabili: oggi a chiedere aiuto sono anche nuclei che fino a poco tempo fa riuscivano a mantenere un equilibrio, seppur precario. È la classe media che si assottiglia, erosa da stipendi troppo bassi, affitti che esplodono, alimenti e bollette che non lasciano tregua.
In questo contesto già critico, le nuove politiche di welfare rischiano di amplificare il disagio invece di attenuarlo.
Reddito di Cittadinanza e Assegno di Inclusione: il sistema che restringe la giungla della vulnerabilità
Nel Comune di Messina, secondo il report, sono 17.298 le persone che percepivano il Reddito di Cittadinanza. Oggi, tuttavia, l’Assegno di Inclusione (ADI), la misura che ha preso il posto del Reddito, conta 6.652 domande accolte secondo i dati della piattaforma GePI del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Questa drastica riduzione non è dovuta a un netto miglioramento della condizione economica degli abitanti: il numero minore deriva dall’introduzione di criteri di accesso molto più stringenti. L’ADI, infatti, è riservato solo a nuclei con minori, anziani over 60 o persone con disabilità. Altri adulti “poveri ma non fragili” — disoccupati, lavoratori precari, persone poco professionalizzate — restano esclusi, poiché considerati “occupabili” anche quando la loro reale occupabilità è nulla.
La Caritas denuncia che questa “selettività” del welfare produce un paradosso: meno sostegno pubblico proprio dove il bisogno è più ampio. Secondo gli operatori, molti nuclei esclusi sono persone che, pur vivendo condizioni di povertà, non riescono a soddisfare i requisiti imposti dall’ADI. Il risultato è una rete protettiva a maglie troppo larghe che lascia cadere chi è rimasto ai margini.
La povertà invisibile: famiglie tra fragilità vissute e tutele negate
Nel report emerge come molti beneficiari ADI intervistati vivano con ansia costante per stabilità dei sussidi. Le “prove dei mezzi” richieste per accedere e mantenere il beneficio sono viste come un deterrente soggettivo: scadenze, documenti, verifiche rendono il processo di accesso e permanenza pesante e incerto.
Molti degli esclusi sono adulti nella fascia da 18 a 59 anni, con situazioni di disoccupazione, impieghi saltuari, lavoro informale o sottopagato. Per loro, il percorso offerto da SFL (Supporto Formazione Lavoro) è spesso temporaneo e poco coerente con le loro difficoltà: un reddito minimo garantito solo durante il corso formativo, senza supporto psicologico o sociale per ricostruire un progetto di vita stabile.
Le famiglie e il nuovo volto della fragilità: genitori soli, redditi bassi, quartieri dimenticati
Nelle periferie, soprattutto tra la II e la III Circoscrizione, la povertà si mescola con la solitudine. Case umide, affitti che aumentano, contratti part-time che durano tre mesi. Le famiglie seguite dalla Caritas raccontano tutte lo stesso peso: il senso costante di insicurezza. Non sapere se il mese prossimo si potrà pagare la luce. Non sapere se il frigorifero reggerà un’altra settimana mezzo vuoto.
Sono storie che trovano conferma nei numeri Istat: Solo il 52,6% delle persone tra 20 e 64 anni ha un lavoro. Oltre il 40% dei contribuenti dichiara meno di 15.000 euro l’anno. La povertà, a Messina, è lavorare e non farcela lo stesso.
Chi vive per strada: un centinaio di persone che dormono tra stazione, portici e margini
Poi ci sono quelli che una casa non ce l’hanno più. Alcuni li incontriamo ogni giorno, altri restano invisibili.
Secondo il report della Caritas, a Messina vivono circa 100 persone senza dimora, un numero che cambia con le stagioni, con gli arrivi e con le paure. Sono uomini e donne che dormono vicino alla Stazione, in alcuni sottopassi, nei portici del centro o sulle panchine del viale.
Molti rifiutano i dormitori: per vergogna, per regole rigide, per problemi personali. Altri ci vanno quando piove troppo forte. A livello nazionale, secondo la Caritas, le persone senza dimora sono 50.724, e spesso hanno un passato comune: lavori a basso salario, rotture familiari, precariato.
Storie normalissime diventate improvvisamente fragili.
Verso un modello di welfare strutturale
Secondo la Caritas, più che misure emergenziali servono politiche strutturali, che sappiano guardare oltre i sussidi temporanei. Serve un welfare radicato nel territorio, che rafforzi i servizi sociali, il sostegno psicologico e la partecipazione comunitaria.
Gli esperti propongono di costruire una rete integrata che metta insieme istituzioni locali, terzo settore, servizi socio-sanitari e parti sociali: non più solo bonus o misure occasionali, ma una visione complessiva, capace di dare dignità a chi vive una povertà non riconosciuta dai modelli attuali.
Per la Caritas, per la città e per migliaia di famiglie messinesi, questa è una scelta obbligata: per mantenere la fragilità sotto controllo serve un welfare che non dia per scontato chi è rimasto indietro.
Una città che chiede politiche vere, non bonus a tempo
La Caritas è netta: se il welfare è pensato solo per chi rientra in categorie rigide, allora una parte intera della città rimarrà scoperta. Molte delle persone escluse dal nuovo Assegno di Inclusione sono le stesse che avrebbero bisogno di un sostegno lungo, graduale, fatto anche di psicologi, formatori, assistenti sociali, percorsi di autonomia e non solo sussidi. Marginalità adulta, povertà lavorativa, solitudini croniche: sono fenomeni che il welfare attuale non vede più.
L’effetto combinato è evidente: una città dove la vulnerabilità si diffonde e si eredita. I minori sono tra i più colpiti: scuole che segnalano un’impennata di studenti senza materiale, senza connessione, a volte anche senza una colazione adeguata. Situazioni che, se non intercettate per tempo, possono trasformarsi in povertà educativa permanente.
La sfida, però, non riguarda solo i sostegni economici. Serve una rete di interventi che parta dal territorio, integrata, stabile e capace di accompagnare le famiglie nel medio-lungo periodo. Una logica opposta alla frammentazione attuale, fatta di bonus temporanei, bandi sporadici e misure che cambiano nome ogni due anni.
L’appello della Cgil: “serve strategia organica”
“Lavoro povero e instabile, scarsità di servizi pubblici di prossimità, mancanza di spazi sociali e luoghi di partecipazione: sono fattori che alimentano marginalità e isolamento”, affermano il segretario generale Pietro Patti e la segretaria confederale Stefania Radici, che per il sindacato segue le politiche del lavoro e del welfare. Radici mette in guardia da un approccio a breve termine: “Non bastano interventi frammentati come bonus, misure occasionali o tirocini di inclusione usati come semplice sussidio. Serve una strategia organica, radicata nei territori e capace di leggere la complessità delle diverse vulnerabilità”.
Patti sottolinea il nodo delle periferie e delle aree a rischio esclusione: “Una parte significativa della popolazione messinese vive condizioni di marginalità economica, sociale e lavorativa. Le periferie devono tornare centrali nelle politiche pubbliche. Inclusione e integrazione devono guidare le scelte di istituzioni e attori locali”. Secondo la Cgil, il tavolo in Prefettura deve affrontare misure strutturali, con una forte attenzione alla prevenzione e alla cultura dei diritti. Il sindacato ribadisce che il tema dell’occupazione non può essere separato da quello della piena inclusione sociale: “Occorre rafforzare seriamente i servizi pubblici e costruire risposte che partano dai bisogni reali delle persone, non da logiche emergenziali”.
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