• 9 Febbraio 2026 5:52

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Fra-arturo-266x300 Natale con Francesco: l’umiltà dell’Incarnazionedi Fra Arturo Milici – «Meditava continuamente le Sue parole e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di vista le opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro» (1Cel 84: FF 467).

Incarnazione e Passione, i due aspetti dell’unico mistero di Cristo che, stando alla testimonianza del biografo Tommaso da Celano, più innamoravano il cuore di Francesco. L’umiltà dell’Incarnazione, innanzi tutto. Possiamo leggere le suddette parole del Celano in parallelo con un brano di Francesco, l’inizio del capitolo I della II Lettera ai fedeli:

maria-300x200 Natale con Francesco: l’umiltà dell’Incarnazione«L’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità. Lui, che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (2Lf I,4-5: FF 181-182).

L’Incarnazione del Verbo è descritta plasticamente, quasi come in un’iconostasi bizantina, nell’annuncio dell’Angelo a Maria. Colui che annuncia il Verbo, in realtà, è il Padre; è Lui la fonte di tutto il movimento della scena. Il Verbo eterno si abbassa, si umilia, si rimpicciolisce, si spoglia della Sua infinita ricchezza, e discende nel grembo della Vergine. Insieme a lei, sceglie di vivere povero in questo mondo. L’Incarnazione è letta come mistero di estrema povertà. Dio si fa uomo: sta qui la radice più profonda, l’essenza cristologica della povertà francescana. E dalla Vergine il Verbo assume “la vera carne dell’umanità e fragilità nostra” (2Lf I,4): ogni parola, come vedremo, ha un peso.

“La vera carne”. Francesco riafferma la dottrina della tradizione ecclesiale sulla vera Incarnazione di Cristo: si tratta di un fatto reale, storico, concreto, e non di un’apparenza, come sostenevano antiche e nuove eresie dualistiche, tra cui soprattutto i Catari nel XIII secolo. Ma oltre che alle devianze dottrinali del suo tempo, la parola di Francesco sembra rispondere anche ad alcune opposte tendenze della nostra cultura contemporanea.  Da un lato, infatti, la mentalità edonista dei giorni nostri spesso riduce la carne, il corpo umano, a strumento sessuale di seduzione, di possesso dell’altro o di tentata affermazione di sé.  D’altro lato, in ambienti superficialmente religiosi, spesso la corporeità umana è vista in sé e per sé (talvolta sulla base di un travisamento del linguaggio e della teologia di S. Paolo) come occasione di peccato e di distanza da Dio: viene così riproposta, seppure inconsapevolmente, la vecchia eresia dualista. In entrambi i casi, la carne è dunque interpretata e vissuta in opposizione alla vita spirituale, alla relazione con Dio. E invece la vera carne di Cristo, predicata da Francesco, sta lì a rivelare e a ricordare a tutti l’autentico valore del nostro corpo: luogo teologico di incontro con Dio, punto decisivo di contatto tra l’uomo e il Verbo incarnato.

san-francesco-300x165 Natale con Francesco: l’umiltà dell’Incarnazione“Dell’umanità”. Quella assunta dal Verbo è “vera carne della nostra umanità”, proprio della nostra stessa natura umana, come da sempre la Chiesa ha creduto, insegnato e pregato. È il mistero di Cristo vero Dio e vero uomo, mistero fondamentale della fede cristiana. Mistero che tuttavia, nel corso della storia della Chiesa, a più riprese è stato contestato o rifiutato dalle varie eresie cristologiche. Alcune di esse intaccavano la Sua divinità, altre la Sua umanità. Tali dottrine eterodosse apparvero e si diffusero perlopiù in epoca antica e medievale; tuttavia se ne possono ravvisare degli strascichi, ancora, in varie espressioni religiose e culturali del mondo moderno e contemporaneo. Paradossalmente (e inconsapevolmente), alla corrente che nega la Sua natura umana, sembra appartenere ancora oggi una grossa fetta di fedeli cristiani e cattolici, che guardano a Gesù solo come a Dio, e non colgono la concretezza della Sua umanità. Francesco d’Assisi, saldamente ancorato alla tradizione biblica e cattolica, contempla l’umanità del Cristo e ne fa il cuore della propria fede.

“E della fragilità nostra”. Il Verbo fatto carne, fatto uomo, si è addirittura fatto fragile; la contemplazione di Francesco arriva a cogliere il mistero di Cristo nel Suo abbassamento fino a questo punto estremo. Gesù ha vissuto tutto ciò che è autenticamente umano, ossia anche il nostro limite antropologico. Solo il peccato non ha avuto spazio nell’esperienza personale, nelle scelte morali del Verbo incarnato; quel peccato che, del resto, non faceva parte del progetto divino sull’umanità. Mai ha peccato Gesù, eppure è stato veramente fragile. Sì, perché ben diversa è la fragilità dal peccato (anche se spesso tendiamo erroneamente a identificare, a confondere le due realtà). Il peccato è disobbedienza al Creatore, rottura libera e volontaria della relazione con Lui. L’umana fragilità, invece, è quella sensazione esistenziale di non-pienezza, di non-senso che spesso si sperimenta nel cammino della vita, indipendentemente dalla nostra volontà e dalle nostre scelte. Essa può assumere di volta in volta il carattere di debolezza, di frustrazione, di esasperazione, di disgusto della vita, o anche quello più spirituale di tentazione. Spesso è proprio la fuga dalla propria fragilità, il non accettarla e il non assumerla, che porta l’uomo a scegliere il peccato. In ogni caso la fragilità non è peccato, né costituisce di per sé distanza o allontanamento da Dio. Ma l’intuizione di Francesco va ben oltre: non solo non è un male, la nostra fragilità, ma addirittura è un bene, una grazia particolare. Essa si rivela luogo esistenziale privilegiato di unione con la concreta umanità del Cristo. In ogni nostra umana fragilità si manifesta la Sua umana fragilità.