«La minaccia a tutto il popolo dell’Iran non è accettabile». Con queste parole papa Leone ha condannato l’uscita del presidente Donald Trump che, poche ore prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran (l’ora “x” è scattata alle due di questa notte), ha tuonato: «Un’intera civiltà potrebbe morire stasera, per non essere mai più riportata indietro».
Il Pontefice, che ha rilasciato una breve dichiarazione in inglese sulla guerra uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo, è andato oltre: «Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto».
Il Vescovo di Roma ha quindi incoraggiato i cittadini di tutto il mondo a contattare i propri rappresentanti politici a chiedere la fine delle ostilità nella regione di cui, ha sottolineato, sono vittime «tanti innocenti come bambini e anziani», tornando a chiedere «dialogo, negoziati»: «Bisogna pregare tanto. Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace».
La retorica della giornata forse più critica della guerra di Usa e Israele contro l’Iran, cominciata lo scorso 28 febbraio, è stata segnata da toni durissimi. L’evocazione trumpiana di un attacco che potrebbe far scomparire «l’intera civiltà» iraniana è stata interpretata da qualcuno come una minaccia di genocidio. Hanno fatto discutere anche le dichiarazioni del vicepresidente JD Vance che, pur avendo assicurato che «gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati raggiunti e che, a breve, questa guerra si concluderà», ha voluto sottolineare che gli Stati Uniti dispongono di «strumenti finora non utilizzati» per portare Teheran a capitolare. Precisazione interpretata come minaccia di un attacco nucleare. La Casa Bianca è stata costretta a una precisazione: « Nulla di ciò che è stato detto suggerisce una cosa del genere, branco di buffoni», ha rilanciato l’account RapidResponse. È escalation di parole. Ma non solo.
Sull’Iran, ieri, sono caduti missili a pioggia: distrutto un ponte vicino alla città santa di Qom, un cavalcavia dell’autostrada Tabriz-Zanjan, un passante ferroviario di Kashan. Esplosioni registrate anche all’aeroporto di Khorramabad, a Pardis, Alborz e Karaj. È l’assaggio dell’inferno (così aveva minacciato giorni fa Trump) che ha segnato il conto alla rovescia verso lo scadere dell’ultimatum imposto dagli Usa al regime per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Non c’è ancora un bilancio delle persone morte durante gli attacchi. La Mezzaluna Rossa iraniana ne ha contati almeno 17. Tutti possibili crimini di guerra. Di certo c’è che mentre le Forze di Difesa israeliane sollecitavano gli iraniani a tenersi lontano dalle stazioni ferroviarie, gli ayatollah incoraggiavano i cittadini a formare “catene umane” attorno ai siti nevralgici, ponti e centrali elettriche, per proteggerli. «Finora più di 14 milioni di coraggiosi hanno dichiarato la propria disponibilità a sacrificare la propria vita per difendere il Paese», ha rilanciato sui social il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, «lo farò anch’io».
Usa e Israele hanno bombardato ovunque. Anche sul mercato di Seyed Esmail e sulla sinagoga Rafi-Nia della capitale. Nel mirino sono finiti i presidi militari sull’isola di Kharg, principale hub petrolifero di Teheran, già colpita a metà marzo da un raid israeliano che, allora, fece infuriare Trump. Ordigni sono piovuti pure sull’impianto petrolchimico di Shiraz.Il ritmo incalzante degli attacchi ha indebolito (ma non cancellato) la speranza di un accordo per il quale il Pakistan ha chiesto ancora due settimane di negoziati. Secondo alcune fonti, ad un certo punto, il regime avrebbe interrotto le trattative. È in questo contesto che è maturato l’appello con cui il regime ha chiesto agli iraniani di scendere in strada per fare da scudo, con il proprio corpo, ai siti strategici. Il Consiglio supremo della gioventù e degli adolescenti, Alireza Rahimi, lo ha rivolto specificatamente a giovani e studenti: «Invito tutti a radunarsi attorno alle centrali energetiche, a prescindere da qualsiasi opinione politica, in quanto appartengono al futuro dell’Iran».
Le immagini diffuse a distanza di poche ore dall’agenzia stampa semi-ufficiale Mehr raccontano di decine di persone, gli uomini da un lato, le donne dall’altro, all’ingresso dell’impianto di Kermanshah, con uno striscione che recita: «Gli attacchi alle infrastrutture elettriche sono un crimine di guerra». Di un lungo tricolore orizzontale, tenuto da giovani e adulti su entrambi i lati, srotolato sul “ponte bianco”di Ahavz. Un video pubblicato dal quotidiano riformista Shargh, riprende un gruppo di manifestanti alla centrale di Semnan che gridano: «Morte all’America, morte a Israele». Scene simili (difficile dire se volontarie o forzate) sono state registrate dai media locali anche davanti alle stazioni elettriche di Tabriz e Neka. .
