• 9 Febbraio 2026 4:15

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Pillole di Psicologia. Perché mettersi in vetrina sui social?

piramide-di-maslow-300x188 Pillole di Psicologia. Perché mettersi in vetrina sui social?
La piramide di Maslow, nota anche come scala gerarchica dei bisogni umani o piramide della motivazione

di Maria Anna Riggio – La diffusione  dei social network ha trasformato il modo in cui le persone si relazionano, comunicano e costruiscono la propria identità. Il bisogno di condivisione è atavico; prima ci si riuniva intorno ad un falò o a tavola oggi lo si fa attraverso i social. Siamo nell’information age, nell’epoca dello “sharing”: forniamo dati, foto e particolari della nostra vita sui social e questo influenza le relazioni. Ma cosa c’è dietro questo impulso a “mettersi in vetrina”? Quali sono le motivazioni psicologiche che spingono milioni di individui a raccontare sé stessi nel mondo virtuale?

Secondo la teoria della piramide dei bisogni altrimenti chiamata della motivazione di Maslow, dopo aver soddisfatto i bisogni primari di sopravvivenza e sicurezza, l’essere umano tende a ricercare appartenenza, amore e accettazione. In questo senso, la condivisione sui social e ricevere un like  può essere vista come un modo per soddisfare il bisogno di connessione sociale

La piramide di Maslow prosegue con i bisogni di stima, tra cui il desiderio di essere apprezzati, valorizzati, riconosciuti. I social media offrono lo spazio per ottenere ciò: una foto che riceve molti “mi piace” può generare un incremento momentaneo dell’autostima, attivando nel cervello i circuiti della ricompensa e rilasciando dopamina (dopamine-driven feedback loop).

Nel mondo virtuale ognuno ha la possibilità di selezionare accuratamente ciò che mostra di sé. La costruzione del profilo personale diventa allora un modo di rappresentazione del sé ideale: chi desidero essere, come voglio che gli altri mi vedano. Oltre al riconoscimento sociale, condividere la propria vita online può rispondere a un bisogno più profondo: attribuire significato alle proprie esperienze. La condivisione diventa allora un modo simbolico per affermare “Io ci sono. Io esisto”! La narrazione di sé attraverso i social ha anche una funzione regolativa. Condividere una delusione o una gioia permette di rielaborare emotivamente l’esperienza, quindi raccontarsi online può aiutare a dare un senso alle proprie emozioni e a sentirsi meno soli.

Accanto ai bisogni psicologici più profondi c’è l’aspetto socio-culturale. In un contesto in cui “esserci” equivale spesso a “essere visibili”, l’assenza di contenuti condivisi può generare ansia da esclusione (nota anche come FOMO – Fear Of Missing Out).

Il bisogno di condividere la propria vita sui social riflette quindi dinamiche psicologiche profonde, legate all’identità, all’appartenenza, al riconoscimento e al desiderio di significato. In un’epoca in cui il confine tra reale e virtuale si fa sempre più sottile, comprendere queste motivazioni è fondamentale per interpretare i comportamenti digitali non come superficiali, ma come richiesta di bisogno di relazione.