Commento di Fra Marcello Buscemi e Suor Cristiana Scandura
Santa Monica
Letture: 1Cor 1,26-31
Dio ha scelto quello che è debole per il mondo.
Salmo (Sal 32)
Beato il popolo scelto dal Signore.
Vangelo Mt 25,14-30
Riflessione biblica
“A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,14-30). Non è importante ricevere cinque talenti, due talenti o un talento; l’importante è che li impieghiamo per dare gloria a Dio, li facciamo fruttificare per aiutare i fratelli e le sorelle che hanno ricevuto meno di noi e per edificare il Regno di Dio. Nessuno può dire: io non ho ricevuto alcun talento, perché “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7).
Il Signore ha fiducia in noi: far fruttificare i talenti ricevuti con impegno e fedeltà è risposta di amore a lui che ci ha chiamati a collaborare nella costruzione del mondo nuovo ed a edificazione della Chiesa di Dio. Non è importante ricever molti talenti e neppure ci possiamo vantare di averne molti, perché “a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48). I talenti sono tutti i doni di intelligenza, volontà e sentimento, che abbiamo ricevuto; vissuti alla luce della grazia e della misericordia divengono occasione di dare lode a Dio: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16), ed occasione per fare del bene nel nome di Gesù: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36). Siamo amministratori dei doni di Dio: ci possiamo servire di essi, ma “ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1Cor 4,2) e compia ciò che gli è richiesto. Niente paura: essa paralizza e non fa operare (Mt 25,25), e la conseguenza è grave: “il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,30). Non è la paura, ma l’amore che deve guidarci verso l’incontro con il Signore, che viene a chiederci conto: “Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore (1Gv 4,18). Purifichiamo il nostro cuore e camminiamo in purezza di cuore, perché sta scritto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”
Lettura esistenziale
“Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni” (Mt 25, 14). Nella celebre parabola dei talenti, riportata nel Vangelo odierno, Gesù racconta di tre servi ai quali il padrone, al momento di partire per un lungo viaggio, affida le proprie sostanze. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i beni ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre si compiace dei primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza.
Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: “se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre” (ibidem).
Accogliamo l’invito alla vigilanza, a cui più volte ci richiamano le Scritture. Essa è l’atteggiamento di chi sa che il Signore ritornerà e vorrà vedere in noi i frutti del suo amore. La carità è il bene fondamentale che nessuno può mancare di mettere a frutto e senza il quale ogni altro dono è vano. Solo praticando la carità, anche noi potremo prendere parte alla gioia del nostro Signore.
