Commento al Vangelo di Fra Arturo Milici
II domenica di Quaresima (A)
Letture: Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9
“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse su un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro”.
Inizia con queste semplici parole il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima. Parole che possono risuonare come un programma, non solo per il “tempo forte” della Quaresima, ma anche e soprattutto per il tempo forte che è ogni giorno della nostra vita.
Gesù prepara i discepoli alla sua Pasqua, all’evento imminente e sconvolgente della Croce; e lo fa manifestando loro il suo mistero di luce sfolgorante, infinita, più forte della morte. In una parola, Gesù rivela loro la sua divinità.
Non passa molto tempo, e troveremo esattamente gli stessi quattro personaggi – Gesù con Pietro, Giacomo e Giovanni – in un contesto ancora riservato, intimo, ma del tutto diverso. Li troveremo nell’orto degli ulivi, nel Getsemani, a contatto stavolta col mistero della Passione. In quell’ora Gesù non apparirà più glorioso, ma prostrato dal dolore: un uomo fragile, tradito, abbandonato, angosciato davanti alla morte e al fallimento. I tre discepoli, da testimoni del Figlio di Dio trasfigurato, diventeranno testimoni di un uomo sfigurato. Eppure è sempre lo stesso Gesù.
Ecco allora a cosa può chiamarci il Vangelo di questa domenica, ecco la provocazione della Trasfigurazione: sono disposto a riconoscere Dio nell’umanità altrui e mia, in questa nostra umanità fragile, sofferente e a volte sfigurata? Sono pronto a sperare al di là dei fallimenti, delle ingiustizie e della morte, fidandomi delle promesse e delle parole del mio Signore?
Francesco d’Assisi – non lo citiamo solo perché siamo nell’ottocentenario della sua morte – sul monte della Verna, nel settembre del 1224, ha vissuto tutto questo mistero: di Amore e di Dolore, di sfigurazione (ci si permetta il neologismo) e di Trasfigurazione. Le stimmate donate a Francesco sono anche il segno di una più umile “Trasfigurazione”, che può e vuole toccare anche noi. Riconoscere nelle ferite della nostra umanità, nelle ferite mie e di chi mi vive accanto, la presenza viva di Gesù piagato e risorto.
