• 4 Aprile 2026 1:43

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Venerdì Santo: dal rumore al silenzio che parla al cuore

di Fra Francesco Chillari – All’inizio è rumore. La salita al Calvario è un combattimento di voci che si lanciano addosso le une sulle altre. Non un suono solo, ma un groviglio: voci che si accavallano, accuse che si inseguono senza ascoltarsi, mani che colpiscono, schiaffeggiano, prima ancora che le parole finiscano di essere pronunciate. C’è chi grida per condannare e chi per difendersi, ma nessuno davvero per comprendere.

30-denari Venerdì Santo: dal rumore al silenzio che parla al cuoreC’è stato anche un altro rumore, all’inizio, più breve, più secco: il suono delle monete, trenta denari d’argento, che passano di mano in mano, il passo rapido di chi arriva nella notte guidando altri. Giuda non grida: consegna.    E in quel gesto silenzioso, in quella consegna, c’è già tutto il clamore che verrà, come se il rumore avesse bisogno di un varco per entrare nella storia. Ed è Giuda ad aprire questo varco!
I sommi sacerdoti insistono, stringono le parole come capi d’accusa: non basta che sia colpevole Gesù, deve esserlo pubblicamente, davanti a tutti. La folla raccoglie e rilancia, amplifica, trasforma l’accusa in coro: “Crocifiggilo! Crocifiggilo! […] Non costui, ma Barabba”.

Gesu-300x156 Venerdì Santo: dal rumore al silenzio che parla al cuoreI soldati ridono, percuotono, giocano con la violenza come fosse mestiere e spettacolo insieme. Si dividono le vesti di un uomo, Gesù, che invece resta integro fino alla fine.
E Pilato parla — ma il suo è un dire che scivola, che ritorna su se stesso. Interroga, esita, si sottrae, poi cede. Anche la sua voce entra nel frastuono: non lo interrompe, lo amministra. E lì, quasi ai margini, anche Pietro parla. Ma le sue parole non hanno forza: si spezzano, si contraddicono, si nascondono. Non gridano, eppure fanno rumore — il rumore secco di una negazione, ripetuta, sempre più vuota, di un tradimento che alla fine si prolunga in pianto. È un altro modo di perdersi dentro il clamore: non aggiungere voce, ma smarrire la propria.

gesu-2-300x225 Venerdì Santo: dal rumore al silenzio che parla al cuoreIl legno urta, i passi battono, gli ordini vengono gridati senza essere davvero ascoltati. È un mondo, quello che troviamo sulla via del Golgota, che non tace mai, perché il rumore copre la paura, copre il vuoto, copre la verità. Come noi talvolta che per stordire i nostri vuoti, il nostro dolore, li riempiamo di tutto ciò che dia la parvenza di una pienezza. Li riempiamo di tutto ciò che possa anestetizzare.

Tutto è esposto sulla via del Calvario, tutto è pubblico, tutto è violento. Eppure, avanzando verso il Golgota, qualcosa cambia. Il clamore non scompare di colpo: si consuma. Come un fuoco che ha divorato troppo, il rumore si spegne in se stesso. Le grida diventano lontane, gli insulti perdono forza, persino i gesti si fanno più lenti, quasi stanchi. Rimane solo ciò che non può essere urlato.

Sotto la croce, allora, non c’è più folla: c’è prossimità, vicinanza, intimità. Ci sono pochi volti, pochi nomi, pochi respiri. Una madre. Un discepolo. Alcune donne che non hanno abbandonato. Non parlano per dominare lo spazio, ma per custodirlo. Le parole sono rare, necessarie, intime. E tra una parola e l’altra, il silenzio non è vuoto: è presenza.

maria-300x225 Venerdì Santo: dal rumore al silenzio che parla al cuoreSe prima il mondo gridava per non vedere, qui si tace per poter restare. Sotto la croce, il silenzio non è assenza: è scelta. È un rimanere che non fugge, un esporsi che non ha bisogno di difendersi. Maria, il discepolo, le donne: non spiegano, non trattengono, non risolvono. Semplicemente stanno. E nel loro stare c’è una forma di dignità che non fa rumore.
È qui che la croce cambia volto. Non è più soltanto il luogo della violenza subita, del dolore imposto, dell’ingiustizia gridata. Diventa anche il luogo di una consegna: non solo di legami nuovi — una madre, un figlio —, non solo dello spirito affidato, ma di un modo di abitare la ferita senza lasciarsene svuotare. Ne avremmo da imparare da questo modo di abitare la ferita!

Gesù non risponde al clamore con altro clamore. Non alza la voce per coprire il mondo. Dalla croce, insegna un’altra lingua: quella di chi si affida senza trattenere, di chi non si sottrae ma neppure si indurisce. È una dignità che non si impone, e proprio per questo non può essere tolta.

È un silenzio ovattato, sì — ma non fragile. È un silenzio pieno, che regge il peso delle parole non dette, delle domande senza risposta, della sofferenza condivisa senza bisogno di essere spiegata. E forse è questo che ci raggiunge: non un invito a cercare la croce, ma a non disperdersi quando la croce arriva. A non riempirla di rumore, di ribellione sterile o di parole vuote, ma a lasciarla diventare luogo di relazione, di affidamento, di prossimità.

Perché c’è un modo di stare nel dolore che isola, e un modo che avvicina. Sotto quella croce non si scappa, ma non si resta neppure soli. Ci si consegna. Ci si affida. Ci si riceve gli uni gli altri.
E allora si comprende, piano, senza rumore finalmente, che Dio non grida per farsi ascoltare. Resta. E nel suo restare, parla al cuore.