• 9 Febbraio 2026 9:40

ilSycomoro

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Palermo. Il grido dei giovani: accoglienza e pace nel Mediterraneo

«Vorrei andare all’università senza preoccuparmi di finire in mezzo a una pioggia di missili O senza dover correre nel bunker antiaereo. Vorrei poter visitare i Paesi del Medio Oriente senza ostacoli e senza pericoli. Vorrei poter vivere in serenità e nella gioia». Théa Ajami riprende fiato. «Nonostante tutto questo non sia ancora possibile, non mi arrendo. E continuo a credere nella pace». Théa viene dal Libano e compirà 21 anni il 29 dicembre. Racconta i suoi «sogni», come li definisce. I sogni di una studentessa che vive in un Paese in guerra. Porta le sue speranze e la sua sofferenza a Palermo dove si è riunito il Consiglio dei giovani del Mediterraneo. È il laboratorio della fraternità e del dialogo che abbraccia le sponde del grande mare e che raccoglie quaranta ragazzi cattolici in rappresentanza delle Chiese legate al bacino. Una consulta tutta under 35, voluta dalla Conferenza episcopale italiana, che unisce tre continenti, Europa, Asia e Africa, da cui provengono i delegati. Al centro dell’incontro in Sicilia la sfida dell’accoglienza che si intreccia con l’orrore dei conflitti, una delle cause che provocano le ondate di profughi.

Come evidenzia il tema delle tre giornate a Palermo: “Non c’è pace senza accoglienza”. E come sa bene il Libano, esempio di coesistenza che vede cristiani e musulmani essere fianco a fianco e governare le istituzioni insieme. «Siamo quattro milioni di abitanti. E abbiamo accolto 800mila palestinesi e 1,6 milioni di siriani fuggiti dalla guerra. Adesso abbiamo 800mila sfollati interni per i raid di Israele – racconta Emile Fakhoury, 25 anni, cattolico di rito maronita -. Aprire le porte può costare fatica, ma dà molto. Ad esempio siamo consapevoli di aver contribuito a salvare la vita a chi si lascia alle spalle le bombe o la persecuzione». Ora l’emergenza è rappresentata dai connazionali del sud del Paese nel mirino di Gerusalemme. «Nonostante le differenze religiose e culturali, tutti hanno trovato un rifugio: anche nelle chiese e nei monasteri che li aiutano con organizzazioni come la Caritas – spiega Roudy Jido, 24 anni, che vive a Beirut -. Questa è vera accoglienza: tendere la mano a chi è nel bisogno, come insegna Gesù, e prendersi cura di coloro che non possono ripagarci».

 

IMG_6036 Palermo. Il grido dei giovani: accoglienza e pace nel Mediterraneo

Il Consiglio dei giovani del Mediterraneo a Palermo nel quartiere Brancaccio dove è stato ucciso padre Pino Puglisi – Gambassi

La cultura dell’ospitalità è inscritta nella storia del Libano. «Da noi – prosegue Théa – salutiamo chi arriva dicendo: “Ahla w sahla!”. Significa: “Ciao e benvenuto”. La parola “Ahlan” implica che sei tra volti familiari, non estranei. “Sahlan” suggerisce che hai raggiunto un luogo affidabile. In Libano non importa da dove vieni: conta creare un senso di appartenenza, specialmente in tempi di guerra. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”: ogni volta che apriamo le nostre porte, avverto risuonare le parole di Gesù». Un clima che si respira anche in Albania. «Far sentire a casa ciascuno è parte della nostra cultura – dice la 28enne Xhilda Hila -. Anche noi abbiamo accolto chi veniva dal vicino Kosovo in conflitto. La gentilezza verso coloro che sono considerati stranieri è nel nostro Dna. Lo testimonia Madre Teresa che in Albania è nata».

Eppure l’accoglienza fa tremare i polsi. Soprattutto in Europa dove il migrante viene spesso respinto. Vale anche per la Grecia. «Oggi i greci sono affabili verso i turisti e molto meno verso i rifugiati – afferma la 22enne Petrina Voutsinou -. Tutto ciò è dovuto alla paura e all’ignoranza. Invece una società plurale è una società più bella, interessante e umana che può crescere in modo migliore». Sulla stessa lunghezza d’onda Marianna Vitali, 23 anni, anche lei greca. «La nostra nazione è nel suo insieme sospettosa nei confronti di persone che hanno una differente origine, estrazione economica, fede e orientamento sessuale. Questo si riflette sulle scelte politiche che tendono a non proteggere le minoranze, mentre le leggi sull’immigrazione sono dure e disumane. Benché il nostro sia un popolo con grandi tradizioni, c’è ancora molto da fare per essere una società davvero a misura di tutti». Anche la Spagna è investita dal fenomeno migratorio. «Ma Cristo non ha mai detto: “Scusa, non posso aiutarti….”», ricorda Pilar Perez Brown, 26 anni, che rappresenta la penisola iberica nell’organismo. E descrive l’impegno di Camilla che a Barcellona «ha aiutato 350 persone a integrarsi: offrendo alloggi o iniziative di strada». Perché, aggiunge Pilar, «aprirsi all’altro non significa indebolire la propria identità ma farla crescere nel confronto».

È il messaggio che arriva dal Consiglio dei giovani: una società fraterna è possibile, dove non si alzano muri ma si costruiscono ponti. «“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, ci ricorda la Scrittura. A Marsiglia, città multietnica e multireligiosa, la diocesi scommette sul dialogo a 360 gradi», sottolinea la 26enne francese Quiterie Gué. Un appello che vale per l’Italia. «Spesso dimentichiamo l’eterogeneità del nostro popolo», precisa Rita Saccone. È collaboratrice del Centro di accoglienza Padre Nostro a Palermo che, aggiunge, «ha già nel nome la sua missione». L’ha fondato don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso nel 1993 dalla mafia e dichiarato beato dalla Chiesa. Proprio sui suoi passi sono arrivati in Sicilia i ragazzi del Mediterraneo: lui che è stato maestro di accoglienza nel quartiere di Brancaccio dove è stato assassinato e dove era parroco. «Come padre Puglisi il Centro abbraccia tutti e non lascia indietro nessuno: soprattutto le persone più vulnerabili come i poveri e chi sbaglia. Perdonare è la chiave per accogliere l’altro con fatti concreti e non solo a parole, per permettergli di cambiare. Perché, come diceva il nostro fondatore, “ognuno può cambiare solo se è amato”».

Lo spiega anche Giuseppe Vicari, in prima linea nel Centro Padre Nostro. «Un esempio positivo è quello dei tanti detenuti in permesso premio che chiedono di venire al Centro dove si sentono a casa. L’ostacolo maggiore che risiede nell’animo umano è il pregiudizio che non permette di andare oltre il proprio naso, non capendo che dall’altro si impara. Lo testimonia Palermo, città variegata, un insieme di colori e culture che si mescolano rendendola straordinaria sin dai tempi antichi».

(fonte Avvenire)