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Allarmanti i dati forniti dall’Istat nel report dal titolo “Noi Italia, 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”. Un ragazzo su dieci lascia precocemente gli studi superiori. Tra le cause il disagio personale e le difficoltà famigliari, l’aumento della povertà infantile, consumo di droghe e alcool, la criminalità diffusa e l’assenza di spazi pubblici per trascorrere il tempo libero

Un fenomeno silenzioso ma in grado di creare un impatto ‘assordante’ sul futuro, sui sogni e sulle speranze di un’intera generazione di ragazzi e bambini. In Italia, nonostante la media nazionale sia pari al 4,1% – quindi più bassa di quella europea che è al 4,9% – l’abbandono scolastico colpisce sempre più giovani. Tra le cause del problema, oltre a evidenti situazioni di disagio personale e famigliare, sono annoverate anche i possibili rapporti conflittuali con i professori, la dipendenza da droghe ed alcool e la crescente diffusione della criminalità minorile. L’indagine presentata dall’Istat, relativa all’anno 2022, dal titolo “Noi Italia, 100 Statistiche per capire il Paese in cui viviamo”, mostra che almeno un giovane su dieci – dai 18 ai 24 anni – decide di interrompere i propri studi superiori. L’allarme è tuttavia alto già dal 2018.

Preoccupanti i dati degli ultimi 4 quattro anni

I numeri relativi a quattro anni fa, forniti dal Ministero dell’Istruzione, mostrano che i bambini e i ragazzi che hanno lasciato la scuola siano 800 mila su circa sette milioni. Durante luglio 2019 tanti i minori ‘dispersi’: almeno 100 mila quelli tra i 13 e i 17 anni che hanno abbandonato la scuola tra il primo e il secondo grado di scuola dell’obbligo. Durante il 2020 si è verificato un nuovo aumento dei casi, a causa della pandemia di coronavirus. Sempre nel rapporto Istat si legge che il Covid e la conseguente digitalizzazione dell’istruzione abbiano avuto una forte incidenza sui giovani, tanto che il 13,1% di loro, pari ad un totale di circa 543 mila, ha scelto di interrompere gli studi. Nonostante la crisi energetica, che ha portato maggiori difficoltà alle famiglie, nel 2021 il fenomeno ha registrato un leggero calo, pari al 12,7%.

Il dramma del Mezzogiorno

Il fenomeno risulta ancora più drammatico se ci si sofferma sul gap tra le regioni del nord e quelle del sud Italiano. Circa il 15% dei casi di abbandono scolastico nel 2022, infatti, è stato registrato in Sicilia, Puglia e Calabria, le regioni più colpite dal fenomeno. Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione per il Sud e membro della organizzazione Con i bambini sottolinea che sicuramente alla base della scelta di lasciare i banchi di scuola esiste sempre un disagio spesso legato al contesto socio-economico di appartenenza. “Ad esempio, in un istituto alberghiero del centro di Palermo, l’abbandono coinvolge circa 2/3 degli studenti. Tanti scelgono di andare a lavorare o di restare a casa ad aiutare i genitori nella cura della casa, dei fratellini o delle sorelline minori. Quindi la situazione è molto complessa.”

Riqualificare gli spazi e il tempo dei più giovani

Tra le possibili soluzioni per contrastare il fenomeno, non solo nel meridione, ma in tutto il territorio nazionale, il presidente Borgomeo evidenzia il sostegno offerto ai giovani da associazioni o enti del terzo settore, come Save The Children. Anche l’organizzazione internazionale che da oltre cent’anni lotta per la tutela dei bambini e per garantire loro un futuro, in un’indagine presentata a settembre evidenzia come un’adeguata messa a disposizione di spazi e di tempi educativi possa contribuire a ridurre le disuguaglianze educative territoriali e a combattere la dispersione scolastica. L’assenza di palestre o parchi, ad esempio, dove si possa passare il tempo libero spinge i giovani – soprattutto quelli proveniente da situazioni difficili – a lasciare i banchi di scuola. Quando questi spazi pubblici mancano, è necessario, non solo un maggior supporto per le famiglie più bisognose, ma anche un’azione mirata che renda ‘vivo’ il tempo libero dei bambini. L’organizzazione, infine, ha evidenziato come sia “fondamentale aumentare significativamente le risorse per l’istruzione, portandole al pari della media europea (5% del PIL). I fondi attualmente previsti risultano, infatti, insufficienti a garantire un’offerta educativa di qualità, con spazi e servizi adeguati in tutti i territori”.

(fonte vaticannews.va – Layla Perroni)