Commento a cura di Suor Cristiana Scandura
Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario
Letture: Rm 8,12-17 Sal 67 Lc 13,10-17
“C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio” (Lc 13,11-13).
Bella la sottolineatura che fa l’evangelista Luca: Gesù “vide” la donna, si accorse di lei. Gesù non passa accanto alla sofferenza con non curanza o indifferenza, si accorge del dolore e si fa vicino, prossimo. Chiama dunque questa donna e le restituisce la dignità di persona. Lo stare eretti, infatti, è una caratteristica degli esseri umani e questa donna, ci racconta il Vangelo che da ben 18 anni era inferma, la sua malattia la costringeva a stare curva, incapace di volgere lo sguardo verso l’Alto e verso il prossimo.
Gesù prende l’iniziativa, chiama a sé la donna e le ridona salute, libertà e la dignità. Fede è fare esperienza che siamo cercati e amati da Dio prima ancora che noi ce ne accorgiamo o abbiamo la forza di fare delle scelte.
Quello però che doveva essere motivo di gioia, non solo per la donna, ma anche per coloro che assistettero al miracolo, diventa invece motivo di indignazione principalmente per il capo della Sinagoga, per il semplice fatto che Gesù opera quella guarigione di sabato.
Gesù risponde portando l’esempio del bue o dell’asino che viene tranquillamente condotto a bere anche in giorno di sabato, per smascherare l’ipocrisia che si nasconde dietro una religiosità che non ha compreso il cuore di Dio.
Altrove dirà Gesù: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13).
