• 3 Marzo 2024 17:10

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Il carcere? Senza lavoro diventa uno scivolo verso il disagio mentale

Diilsycomoro

Feb 9, 2024 #Carcere

Alivello nazionale si registra un aumento di persone con problemi di salute mentale, anche nelle carceri quest’incremento è evidente. La detenzione peggiora i disagi psichici delle persone e, in alcuni casi, esserne la causa. VITA ha approfondito l’argomento con Legacoopsociali e  Federsolidarietà-Confcooperative. I due più importanti network di cooperative sociali, fra cui quelli che si occupano dei problemi della detenzione.

«In media, il 40% di detenuti assume psicofarmaci», dice Loris Cervato, componente della presidenza Legacoopsociali delegato ai temi legati al carcere. «L’assenza di un collegamento con il territorio per le persone a fine pena, che hanno e mantengono problemi psichici, è evidente da Nord a Sud dell’Italia, maggiormente nel Meridione. Spesso ci sono delle situazioni in cui il detenuto esce dal carcere, continua ad avere problemi psichiatrici e, a volte, si trova a commettere dei reati soprattutto a causa dei suoi disagi e delle sue difficoltà. Inoltre, si verifica una mancata presa in cura di queste persone che si trovano ad avere, anche a seguito della situazione detentiva, dei disagi psichici che non li aiutano nell’integrazione e nell’inserimento nella società».

Il lavoro come parte della cura

«Sarebbe importante avere una maggiore possibilità di inserimenti professionali, stiamo cercando di lavorarci. Viene segnalata da tutte le regioni una difficoltà con gli istituti di pena, soprattutto a seguito del periodo della pandemia. Mentre prima si riusciva a dialogare “a macchia di leopardo”, dopo il Covid si registrano grandi problematiche; non si è ancora ripristinato il tipo di relazioni che c’erano prima, con i soggetti del Terzo settore e con la cooperazione sociale per una serie di motivi che sono di tipo burocratico e legati alle difficoltà nel capire l’importanza che potrebbe avere la cooperazione sociale», afferma Cervato. «A volte è un problema di stigma di tipo culturale. Non riusciamo a far emergere gli aspetti positivi, la valorizzazione che potrebbe esserci nel rapporto tra il territorio, il carcere e il Terzo settore. In Legacoopsociali abbiamo messo in piedi un gruppo di lavoro per affrontare i temi più delicati nell’ambito della detenzione, e che possono valorizzare il ruolo che sta svolgendo la cooperazione sociale».

Il carcere favorisce il disagio mentale

Far lavorare le persone con problemi di salute mentale, che sono in carcere «è un’ulteriore difficoltà perché il problema di salute mentale si acuisce quando non si ha la possibilità di gestirlo in collaborazione con gli istituti di pena. Non voglio, ovviamente, dare la colpa solo agli istituti di pena, che devono affrontare anche problemi di scarsità di personale e di sovraffollamento. La semi libertà e il regime alternativo favoriscono la gestione di casi psichiatrici in termini di miglioramento», prosegue Cervato. «La nostra sensazione è che le priorità della politica non siano quelle di favorire un rapporto più sereno ed equilibrato tra cooperazione sociale e istituti di pena. Utilizzando i regimi di semi libertà e le misure alternative al carcere, c’è una possibilità di avere una minore recidiva e, contemporaneamente, anche la risoluzione e l’affievolimento di alcuni problemi legati alla salute mentaleIl carcere oggi purtroppo favorisce un disagio mentale, a causa del tipo di ambiente che si è costruito e sedimentato all’interno, dovuto al sovraffollamento, alla limitazione degli spazi personali, a un tipo di socializzazione che non è gestita in molti casi. I suicidi in aumento (già 16 nel 2024 al momento della pubblicazione, ndr), portano a farci pensare che in quest’ambiente non si sta bene».

Il Terzo settore di cosa ha bisogno?

«Ora il Terzo settore ha bisogno di vedersi aperte le porte del carcere. Mi spiego meglio: bisogna dare fiducia nelle capacità del Terzo settore. In particolare, la cooperazione sociale non gode della fiducia che l’esperienza quasi quadriennale gli attribuisce. Aprire le porte darebbe la possibilità di entrare in questi ambienti, spesso angusti e difficili, con le proprie capacità professionali, per portare avanti dei progetti di inserimento lavorativo. Al momento sono circa 500 le persone detenute inserite al lavoro da cooperative Legacoopsociali, tra queste anche persone con disagio mentale», continua Cervato. «Maggiore fiducia del Terzo settore porta a progetti che possono essere gestiti da cooperative sociali e associazioni non profit che si occupano di temi carcerari». Le difficoltà a portare avanti progetti di inserimento lavorativo per persone con problemi di salute mentale non mancano. «Una cooperativa sociale che segue una persona con problemi di salute mentale, che non è detenuta e spesso è in comunità, ha il supporto degli operatori che sanno come lavorare. Se la persona con problemi di salute mentale è in carcere, deve rispettare dei ritmi di lavoro, con orari e commesse da rispettare e, purtroppo, accade che molti progetti dobbiamo abbandonarli perché la persona non è in grado di continuare ad affrontarli, non riesce a gestire i ritmi di lavoro e le relazioni in un ambiente quale quello del carcere».

Salute mentale all’anno zero

«Lo stato della salute mentale, all’interno degli istituti di pena, purtroppo è all’anno zero», dice Luciano Pantarotto, presidente di Federsolidarietà-Confcooperative Lazio. «Con l’eliminazione dei manicomi giudiziali, si prevedeva di realizzazione le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza sanitarie, Rems. In realtà, queste residenze non sono state realizzate in tutte le regioni e, quelle che ci sono, non sono sufficienti per il fabbisogno. Dopo il passaggio delle funzioni sanitarie dal ministero di Giustizia alle regioni e con la carenza endemica del personale, ci sono poche regioni virtuose, alcune progettualità rispetto alle persone in esecuzione penale all’interno degli istituti. Il sistema di Confcooperative e Federsolidarietà garantisce 80 realtà che si occupano a 360 gradi del tema delle persone in esecuzione penale in termini di accoglienza verso l’esterno, inserimento lavorativo, con i servizi di persona, riconciliazione verso l’esterno». Di queste, la maggior parte sono concentrate nel Nord, in particolare in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. «Il Terzo settore, nelle carceri italiane, interviene in maniera importante con la presenza dei cappellani, che incentiva il volontariato cattolico e le donazioni», continua Pantarotto. «Come organizzazione abbiamo chiesto più volte, da più di un anno, di incontrare il ministro Carlo Nordio e di stilare con il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria – Dap, un protocollo di buone prassi per diffondere la presenza della cooperazione sociale all’interno degli istituti di pena. Stiamo ancora aspettando una risposta».

Una politica di coinvolgimento del Terzo settore

«Bisogna cogliere la detenzione come un’opportunità di trattamento e di cura della persona perché il carcere, quasi sempre, è la risposta rispetto a un disagio psichico o comportamentale che deriva spesso dall’uso di sostanzche nel tempo portano anche a una devianza mentale», prosegue Pantarotto. «Quel momento di cura è fondamentale perché consente la presa in carico, la conoscenza e anche la terapia adeguata che può contribuire a far sì che la persona non ripeta i reati commessi. Il fatto che non ci sia, da diversi anni, una politica di coinvolgimento effettivo e reale del Terzo settore per essere d’ausilio rispetto a un compito dello Stato, non giova a far sì che si possa fare una reale politica di integrazione e di sicurezza delle persone all’interno degli istituti di pena».

Sulla soglia: progetto virtuoso

La pandemia ha picchiato duro sui giovani e sulle persone detenute, «gli strascichi sono una recrudescenza nei giovani con gli atti delittuosi, che ritroviamo con forme di disagio psichico all’interno degli istituti, che hanno dei reparti per i giovani. Oggi negli istituti penali, le persone che hanno una doppia diagnosi (disagio psichico e abuso di sostanze) sono molto diverse da quelle di qualche decennio fa», spiega Claudio Cazzanelli, direttore della cooperativa sociale Accoglienza & Integrazione onlus, cooperativa A&I. «Abbiamo molti ragazzi immigrati che arrivano in carcere dopo aver vissuto ai margini delle città con abuso di sostanze stupefacenti con conseguenti problemi cognitivi. Conseguenza è stata l’inadeguatezza degli istituti penali, abituati a trattare abusi di sostanze “classiche”: è molto più difficile trattare un giovane dipendente da psicofarmaci. Questo è un elemento che si aggiunge al tema della salute mentale in carcere. Gli istituti penali non sono pensati per curare il disagio psichico».

(fonte vita.it)