• 18 Giugno 2024 17:58

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Mazara: artigiani di pace nel cuore del Mediterraneo

Mazara del Vallo è separata dalla Tunisia da un braccio di mare di appena 180 km. Qui a settembre 2024 ci sarà la prima summer-school del Centro pastorale Operatori di pace, diretto da don Leo Di Simone, che si prefigge la formazione dei giovani al dialogo fra le culture e le fedi. Andiamo a scoprire cosa si fa insieme a Manuela Borraccino.

Un centro d’accoglienza e di studi dove costruire la pace attraverso l’arte del dialogo fra cristianesimo, islam ed ebraismo. Un luogo dove i giovani delle sponde nord e sud del Mediterraneo possano imparare «che cosa ci lega, quali sono i punti in comune, che cosa ogni religione può fare per la pace: penso che si possa fare molto, ma bisogna iniziare a dialogare» dice don Leo Di Simone, direttore del Centro culturale “Operatori di pace” di Mazara del Vallo (TP). Inaugurato nel giugno 2023, alla presenza del card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il Centro è ospitato su un piano ristrutturato della Fondazione San Vito onlus. Le sue attività entreranno nel vivo a settembre prossimo, con la prima summer-school: attesi una trentina di giovani studenti italiani e maghrebini, con la partecipazione di docenti universitari tunisini, esponenti delle fedi cristiana, ebrea e islamica e un nutrito programma sui temi della cultura, della fede e delle relazioni fra le religioni.

Il progetto, fortemente voluto dal vescovo emerito Domenico Mogavero e dall’attuale vescovo mons. Angelo Giurdanella, posto da Papa Francesco sotto l’egida del Segretariato vaticano per i migranti e i rifugiati, affonda le radici nelle prime ondate migratorie che, a partire dagli anni Settanta, hanno portato a Mazara del Vallo diverse migliaia di tunisini, che oggi costituiscono poco più del 5% dei circa 50mila mazaresi (molti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana e sfuggono alle maglie delle statistiche sui cittadini di origine straniera). Negli ultimi anni migrazioni, sbarchi e richieste di asilo si sono sovrapposti e confusi. Eppure, scrive il sociologo Maurizio Ambrosini, se vogliamo comprendere come cambia il profilo dell’immigrazione in Italia dobbiamo ricordare il noto aforisma dello scrittore svizzero Max Frisch: volevamo delle braccia, sono arrivate delle famiglieCon gli uomini che passano da due a tre mesi consecutivi sui pescherecci, le donne e i minori immigrati sono tra le categorie più a rischio di esclusione sociale: quella di Mazara del Vallo è infatti una delle flotte più grandi del Mediterraneo, che con oltre 350 imbarcazioni e 5000 addetti fornisce circa il 20% del prodotto ittico nazionale risultando così il primo porto d’Italia per produzione (circa 400.000 tonnellate di pesce annuo) e assicurando un reddito ai marittimi.

«L’iniziativa – spiega Vito Puccio, presidente della Fondazione San Vito onlus, il braccio operativo della Caritas diocesana – nasce dai moltissimi incontri che si sono svolti qui con le famiglie tunisine accolte dalla Fondazione San Vito e dalla Caritas: il nostro sogno è di offrire ai giovani del Mediterraneo uno strumento che permetta di studiare qui a Mazara e che possa far trionfare la pace».

Da diversi anni i locali e le mura del giardino del Villaggio solidarietà in via Casa Santa, decorate dai giovani durante la pandemia, ospitano diversi progetti in collaborazione con enti del terzo settore ed associazioni: le attività con gli anziani, la mensa gestita dai volontari, le attività diurne offerte per i giovani diversamente abili dall’instancabile presidente dell’Unitalsi Anna Monteleone. Sono presenti da anni attività per i minori, per il contrasto alla povertà educativa e l’accompagnamento sociale nei contesti di fragilità familiare con il Centro di ascolto in lingua araba, il sostegno scolastico e il Centro di Aggregazione interculturale “Voci dal Mediterraneo”. Il progetto Donna attivo dal 2016 ha visto la partecipazione crescente di 26 donne tunisine e sette italiane grazie anche alla dedizione della psicologa Giusy Agueli: uno «spazio al femminile» dove vengono anche affrontati i temi dei diritti delle donne, del contrasto alla violenza di genere, dell’autonomia finanziaria contro la violenza economica.

In questo contesto, quello del centro pastorale “Operatori di pace” è un progetto carico di memoria, di significati e di simboli anche perché Mazara del Vallo dopo l’approdo degli arabi nell’827 d. C. è rimasta quasi 300 anni sotto il dominio islamico fino a quando, nel 1072, il conte Ruggero I cacciò gli arabi e fondò la diocesi. Non è un caso che la Kasbah, uno dei quartieri più antichi nel cuore del centro storico, sia tornato ad esser popolato di tunisini dopo che il terremoto del 1981 ha danneggiato 1300 edifici, il 60% dei quali con lesioni permanenti che hanno portato i mazaresi ad abbandonare gran parte del centro.

«Si parla spesso di integrazione ma è una parola ambigua: ci siamo accettati ma fino a un certo punto, perché apparteniamo a due culture molto diverse» riflette don Leo Di Simone facendo strada nel dedalo di viuzze e cortili intorno alla cattedrale. Originario di Castelvetrano, prete dal 1982, dopo la laurea in Filosofia all’Università di Palermo ha studiato Teologia alla Pontificia università Gregoriana di Roma e ha fatto il Dottorato al Pontificio ateneo S. Anselmo. Per molti anni ha insegnato Liturgia, Metodologia teologica, Sociologia delle religioni e Arte cristiana all’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e alla Facoltà teologica di Sicilia. Una vita di studio e di insegnamento che lo ha reso il candidato naturale per dirigere questo centro. «In questi decenni – dice – si sono create belle amicizie tra i nordafricani e i mazaresi. C’è una certa osmosi sulle tradizioni, sul cibo per esempio… basti pensare al couscous di pesce che è un piatto tipico di Mazara. Però facciamo fatica ad entrare in temi culturali specifici, men che meno religiosi, e ad accettare le nostre diversità. Viviamo in pace, in armonia, ci vogliamo bene…. però dovremmo conoscerci più a fondo. La conoscenza comporta tempo da passare insieme, stringere rapporti di amicizia, capire come possiamo fondere queste due culture e che cosa le religioni possono fare per la pace: è tempo di fare un salto di qualità».

(Testo, regia e produzione del video di Manuela Borraccino
Foto, riprese e montaggio di Tancredi Bettio)

(fonte:unitineldono.it)