Le critiche, anche violente nei toni. Soprattutto quelle all’interno del mondo cattolico. Poi gli insulti, gli scherni, i meme sui social con gli scout in boa di struzzo, o in mutande e tuta leopardata. Si è visto di tutto dopo la pubblicazione del documento “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”diffuso il mese scorso dal Consiglio generale dell’Agesci e di cui è stato scritto anche sulle pagine di Avvenire. Un testo in cui l’associazione ha ribadito la sua linea improntata all’accoglienza, chiarendo che l’orientamento sessuale non è motivo di esclusione nella scelta degli educatori. Ma il fatto che a distanza di tanti giorni ci sia ancora chi punta il dito contro la più grande realtà dello scoutismo italiano, giudicando inopportuno, se non addirittura contrario al Vangelo – figurarsi – l’appello all’inclusione delle persone omoaffettive e transgender, ci ha spinto a riprendere il discorso. L’abbiamo fatto incontrando Giorgia Caleari e Bruno Guerrasio, lei Capo Guida, lui Capo Scout d’Italia, ai vertici dell’Associazione a livello nazionale. Giorgia è vicentina, insegnante di religione, tre figli. Bruno, che di figli ne ha due, fa il farmacista a Bolzano, ma ha origini napoletane. Entrambi sono scout di lunga esperienza, educatori preparati e prudenti. Insomma, due persone equilibrate che non amano certamente le scelte azzardate, soprattutto in campo educativo. «Noi restiamo in ascolto. Non pretendiamo di avere una parola definitiva. Il nostro obiettivo non è certo scrivere un trattato di antropologia o di teologia. Vogliamo essere credibili e chi ci conosce sa che tutta la nostra storia va nella direzione dell’ascolto e dell’accompagnamento».
Bruno Guerrasio
Che cosa è successo dopo la pubblicazione del documento? Giorgia e Bruno: Ci sono state reazioni diverse. Non siamo stupiti. Qualcuno ha reagito anche con durezza? L’avevamo messo in conto. Ci riflettiamo sopra, ci diamo tempo. Ma siamo certi di aver imboccato la strada giusta perché quanto abbiamo scritto è maturato in questi anni lungo il nostro cammino, fatto sul campo, incontrando migliaia di giovani ed entrando nella carne della loro vita e delle loro esperienze. Qualcuno ha frainteso? Dipende anche dall’approccio culturale. L’importante è che la nostra postura educativa sia arrivata con chiarezza. E, in questa postura, c’è l’obiettivo di costruire ambienti sicuri e inclusivi, fondati sull’ascolto, sul rispetto e sull’accompagnamento delle persone, nessuno escluso.
Anche all’interno dell’Agesci le conclusioni a cui siete arrivati sono condivise? Bruno: Siamo da sempre abituati, noi Capi e Capo scout, a farci interrogare dalla realtà e ad ascoltare. Crediamo nell’educazione alla differenza e nella differenza, certi che proprio le differenze siano essenziali a migliorare ogni ambiente educativo. Certo, su una realtà di circa 183mila iscritti – 33mila capi, 150mila ragazzi, oltre 1.900 Gruppi diffusi in tutte le diocesi da Nord a Sud – ci saranno senz’altro persone con qualche dubbio, con cui sarà necessario confrontarci ancora. La riflessione quindi va avanti anche tra noi, anzi auspichiamo che sia così.
Giorgia: Va ricordato, in ogni caso, che questo documento non è spuntato per caso. Da almeno un decennio, di fronte alla mutata sensibilità culturale, l’Agesci riflette con testi elaborati, discussi e di volta in volta approvati dal Consiglio generale. Nel 2022 è stato anche avviato un sondaggio interno che ha dato esiti chiari: sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale ed affettivo c’è stata una larghissima maggioranza di soci che chiedeva di prendere una posizione chiara, che seguisse le indicazioni arrivate dal Cammino sinodale della Chiesa italiana. Quando parliamo di accoglienza e di inclusione, non stiamo usando termini coniati da Agesci, ma dalla Chiesa.
Giorgia Caleari
Eppure qualcuno si è stupito del fatto che consideriate fondamentale collegare la “credibilità educativa” all’accoglienza delle persone Lgbt.
Bruno: Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Per noi tutte le persone, al di là dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, meritano rispetto e accoglienza. Se mettiamo al centro la persona, con la sua inalienabile dignità, l’ascolto è un approccio scontato, sempre e comunque. Certo, in questo caso, c’è da definire un linguaggio, serve una formazione più attenta, ma l’approccio da cui ci siamo mossi è lo stesso che riserviamo a tutte le situazioni. Quindi rispetto delle diversità, identica accoglienza.
Giorgia: La nostra credibilità come educatori cristiani parte da un presupposto fondamentale: nessuno si deve sentire escluso. Interpretare questo principio significa dare un seguito coerente alle parole che si dicono e si scrivono. Da qui partiamo per educare, anche lasciandoci educare a nostra volta dal contatto con i ragazzi e le ragazze. Noi ci dedichiamo a bambini e bambine, a ragazzi e ragazze, e a giovani, dagli 8 ai 21 anni. Ecco, questi ragazzi chiedono di essere educati all’affettività partendo dall’accoglienza e dal riconoscimento. Ma stare con loro significa anche per noi adulti accettare di essere educati. Stiamo facendo un percorso specifico in questo senso. Per costruire una relazione educativa autentica dobbiamo essere dentro questa relazione con tre parole chiave: sguardo, ascolto, presenza.
Il punto più controverso del documento resta il passaggio sul profilo del capo cristiano educatore secondo cui, si sottolinea, «l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento». Va bene l’accoglienza, insomma, ma i più critici si chiedono se davvero un educatore possa esprimersi in modo coerente con i valori cattolici quando manifesta un orientamento omosessuale oppure se è una persona transgender…
Bruno: Come guide e scout noi puntiamo a costruire un ambiente educativo che si arricchisce con una pluralità di relazioni. Non c’è una sola persona su cui ricade interamente la responsabilità di realizzarlo. Il capo e la capo sono fratello e sorella maggiore ma, accanto a loro, ci sono anche altre figure. È normale che in un capo, come in tutte le persone, ci siano delle fragilità ma si tratta comunque di un adulto che fa parte di una comunità, che ha fatto delle scelte e accolto una vocazione, e che, soprattutto, non smette di interrogarsi. Per noi il discernimento non è solo buona prassi personale, ma è inserito in un sistema plurale.
Giorgia: Un capo, come dice Bruno, non è mai solo. Questa è una risorsa preziosa nel nostro sistema educativo. Ma soprattutto abbiamo capito che la maturità di una persona, il fatto che sia in grado di dare una testimonianza credibile, non dipende dall’orientamento sessuale né dalla sua identità di genere. E poi, ripetiamo, è la Comunità capi che decide se un capo è adeguato per il compito a cui è chiamato, se, come diciamo noi, può ricevere il mandato per svolgere il proprio servizio. Questa persona cioè risponde ai valori del nostro patto associativo? Noi partiamo da una Promessa che facciamo con l’aiuto di Dio. Tutto il resto viene dopo. E quindi il fatto che l’orientamento non possa essere motivo di pregiudizio o di discriminazione deve valere per tutti, ragazzi e adulti. Attenzione però, lottare contro i pregiudizi non vuol dire semplificare la realtà. Nel documento si parla di dolcezza, ma anche di fermezza. Non c’è contraddizione tra le due cose. Creare ambienti credibili vuol dire offrire spazi di maturazione in cui ciascuno possa formare in modo sereno la propria identità, sicuro di non essere giudicato.
Nessuna fuga in avanti, insomma, nessuna rottura?
Bruno e Giorgia: Non ci sentiamo affatto dei rivoluzionari. Siamo consapevoli di come ogni processo di crescita richieda tempo e fatica. Ma è sempre stato così. Nel 1974, quando i nostri predecessori decisero di introdurre al vertice dell’Associazione, con un criterio paritario, una figura femminile accanto a quella maschile, ci furono più o meno le stesse polemiche di questi giorni. E questo ci fa un po’ sorridere. Come è possibile pensare che proprio noi, che abbiamo combattuto per vedere riconosciuta la verità della differenza di genere anche a livello associativo, adesso vogliamo annullare la bellezza della reciprocità tra maschile e femminile? Ci piacerebbe che le persone capissero che, come Associazione, siamo dentro una grande riflessione, siamo dentro a una storia. Vogliamo continuare a camminare, anche su questi temi, con il passo di tutta la Chiesa italiana. A quest’ultima, alle riflessioni dei teologi e degli esperti di pastorale, noi possiamo offrire l’esperienza della realtà, il racconto di quello che i nostri ragazzi e ragazze vivono e sentono, le domande che ci fanno. È stando in ascolto di queste domande che diventiamo credibili.
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