E se nel presepe, accanto alla mangiatoia, ci fosse un lupo? È da questa immagine spiazzante che prende forma il Messaggio per il Santo Natale 2025 e per il Nuovo Anno dell’Arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna. Un’immagine che disorienta, interroga, costringe a fermarsi. Perché, come chiarisce subito il presule, «non c’è annuncio più bello di questo per dire che la venuta del Messia può lasciare il segno sulla terra».
Il titolo del Messaggio, “Il lupo al presepe, con san Francesco e tutti noi”, non è una provocazione estetica, ma una chiave di lettura del presente. Il lupo accanto all’Agnello di Dio richiama direttamente la profezia di Isaia: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello – È una Parola che, sottolinea l’Arcivescovo – abbiamo bisogno di riascoltare nel profondo del cuore e di gridare sui tetti delle case, dei giornali, dei mass media, dei nuovi ritrovati dell’intelligenza artificiale».
Il Natale, per mons. Renna, è un evento che chiede di incidere nella storia. Lo ribadisce collegandosi alle parole di papa Leone XIV, che invita ogni comunità cristiana a diventare «una casa della pace, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono – Una pace che, precisa il Papa – non è un’utopia spirituale, ma una via umile, fatta di gesti quotidiani».
Su questa linea l’Arcivescovo insiste con forza: «La pace richiede la nostra presenza cristiana vigile e generativa». Due parole che diventano criterio di discernimento per il tempo attuale. Vigilare significa non assuefarsi a un mondo attraversato da guerre, riarmi e nuove paure. «Si parla di riarmo di intere nazioni come non accadeva da novanta anni», osserva mons. Renna, richiamando il rischio di una pericolosa regressione storica. Essere generativi, invece, vuol dire investire su ciò che costruisce davvero il futuro: «l’istruzione, la carità, la giustizia», troppo spesso trascurate rispetto alla logica delle armi.
Il Messaggio non elude nemmeno la violenza che segna la quotidianità delle città e dei piccoli centri. «La sola repressione non basta – afferma con chiarezza l’Arcivescovo. – La legittima difesa è riconosciuta, ma non può diventare l’unico orizzonte. In nessuna partita che si voglia vincere si gioca solo in difesa», scrive, indicando nella nonviolenza «l’attacco della pace» capace di generare una convivenza autentica.
A illuminare questo percorso è la figura di san Francesco d’Assisi, di cui si avvicina l’ottocentesimo anniversario della morte. L’episodio del lupo di Gubbio diventa paradigma attuale. Francesco non elimina il lupo, ma lo chiama per nome, lo interpella, apre uno spazio di conversione. «Io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro», sono le parole che l’Arcivescovo rilancia come metodo e stile per il nostro tempo. Un invito a «mitigare l’aggressività che è in noi», a «abbassare i toni, ascoltare, dialogare, trovare le ragioni per venirsi incontro».
Il rifiuto di ogni forma di odio è netto e senza ambiguità. Mons. Renna richiama la Nota pastorale della CEI e afferma: «Nitido il no a ogni linguaggio e pratica d’odio: al razzismo, all’antisemitismo, all’islamofobia, alla cristianofobia, alla violenza di genere – La cultura del rispetto, aggiunge – deve diventare grammatica quotidiana» non solo nei rapporti umani, ma anche nel rapporto con il creato, da custodire e non da sfruttare.
Il Messaggio si chiude tornando al presepe, là dove tutto inizia. «Incamminati verso la mangiatoia – scrive mons. Renna – chiediamoci se abbiamo un cuore disarmato e disarmante». È un invito esigente: «Deponiamo davanti all’Agnello di Dio le armi di ogni tipo». Solo così il lupo potrà davvero dimorare con l’agnello, e il canto degli angeli di Betlemme potrà smettere di essere un’eco lontana per diventare, oggi, una possibilità concreta di pace.
Messaggio dell’Arcivescovo di Catania Luigi Renna per il Santo Natale 2025 e per il Nuovo Anno
Il lupo al presepe, con san Francesco e tutti noi
E se nel presepe, accanto alla mangiatoia, ci fosse un lupo? È da questa immagine spiazzante che prende forma il Messaggio per il Santo Natale
Sarà una cosa un po’ bizzarra, come se ne vedono in tanti presepi, mettere un lupo accanto alla mangiatoia dove è stato deposto l’Agnello di Dio? Dove Maria e Giuseppe, con la beatitudine della loro mitezza hanno fatto di una stalla la casa del Figlio di Dio perché non c’era posto per loro nell’albergo? Si troveranno a loro agio i pastori che hanno attraversato la valle lasciando le loro greggi nei recinti, al riparo da bestie feroci? E gli angeli fermeranno il loro canto di gloria a Dio e pace agli uomini amati dal Signore, davanti a questa “incursione” nel presepe?
Eppure non c’è annuncio più bello di questo per dire che la venuta del Messia può lasciare il segno sulla terra: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello…» (Is 11,6). È la profezia di Isaia, che abbiamo bisogno di riascoltare nel profondo del cuore e di “gridare sui tetti” delle case, dei giornali, dei mass media, dei nuovi ritrovati dell’intelligenza artificiale. Lo ha chiesto a tutti i credenti che sono in Italia papa Leone XIV, quando per la prima volta ha parlato a noi vescovi: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa» (Discorso all’80ma assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana,17 giugno 2025).
La pace richiede la nostra presenza cristiana vigile e generativa: in questi aggettivi c’è tutto, per vivere il Natale del Signore come la storia di un evento che lascia i suoi effetti nelle nostre storie, nelle quali la pace ha sempre bisogno di manutenzione, come tutte le verità in cui crediamo. La “manutenzione” della propria coscienza ci fa chiedere: «Ma io ci credo alla pace come me la insegna Gesù Cristo? Credo alla pace “disarmata e disarmante”, come ci ha ripetuto il Papa»?
In questo momento storico è necessario “vigilare e ed essere generativi”, perché ci sono nel mondo tante guerre; oggi si parla non solo di legittima difesa, ma di riarmo di intere nazioni, come non se ne parlava da novanta anni, quando si cominciavano a riempire gli arsenali per la seconda guerra mondiale; il mito delle armi torna a livello internazionale, persiste nella cantine dove sono nascoste quelle di tanti che hanno scelto di essere il braccio armato della criminalità; si torna a pensare una “leva obbligatoria” dimenticando che non c’è più nulla di urgente che l’istruzione , la carità, la giustizia, che forse meriterebbero qualche incoraggiamento in più nell’educazione civile e religiosa dei nostri ragazzi.
La violenza è dilagante anche nelle città e nei paesi, con continui allarmi sulla sicurezza, e la sola repressione non basta. La “legittima difesa” è opportuna a tutti i livelli, ma in nessuna partita che si voglia vincere si gioca solo “in difesa”, è “l’attacco” della pace è la nonviolenza quello che ci permetterà di crescere in una convivenza pacifica.
Ritorniamo al presepe e san Francesco, di cui l’anno prossimo celebreremo gli ottocento anni dalla morte. Nei Fioretti si narra che egli si avvicinò ad un lupo che infestava le campagne di Gubbio, e con queste parole lo “convertì”: «Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti,[…] guastando e uccidendo le creature di Dio senza sua licenza, e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu sei degno delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed essi ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più”. E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco diceva e di volerlo osservare» (Fioretti di san Francesco, cap. XXXI).
Il dialogo con il lupo, che forse, secondo gli studiosi, era un semplice brigante della zona, e l’esortazione che san Francesco gli fece, si possono tradurre in tanti modi.
Anzitutto nel mitigare l’aggressività che è in noi: abbassare i toni, ascoltare, dialogare, trovare le ragioni per venirsi incontro. Con tutti i vescovi vi invito a dire forte «Nitido il no a ogni linguaggio e pratica d’odio: al razzismo, all’antisemitismo, all’islamofobia, alla cristianofobia, alla violenza di genere (su donne e persone omoaffettive). La cultura del rispetto deve diventare grammatica quotidiana della vita associata e anche nel rapporto col creato vanno superati approcci violenti e sfruttatori, per orientarsi invece alla cura» (CEI, Nota pastorale Educare ad una pace disarmata e disarmante, 2025).
Il nostro modo di guardare ai conflitti mondiali, alle guerre che insanguinano i Paesi più poveri da decenni, all’Europa, sogna che il lupo dimori con l’agnello? Ancora con gli altri vescovi d’Italia vi ricordo: «La logica democratica nelle relazioni fra popoli e Stati è autentica quando abbandona ogni pretesa di unilateralità. La ricerca del bene comune si fa sempre con gli altri, mentre fallisce con approcci identitari, che dividono e separano» (ivi).
Incamminati verso il presepe, chiediamoci se abbiamo un cuore disarmato e disarmante, come quello dell’Agnello di Dio che è venuto ad insegnarci e a darci la grazia di divenire miti e pacifici. Deponiamo davanti alla mangiatoia le armi di ogni tipo, perché il lupo dimori con l’agnello e la pace cantata dagli angeli a Betlemme trovi eco nel nostro tempo.
(fonte prospettive.eu)
