• 21 Aprile 2024 1:08

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Fra Paolo Benanti a Catania: «L’intelligenza artificiale ci interroga sull’essere umani»

Si è svolto sabato 16 marzo, nella ormai consolidata location della Scuola Superiore di Catania, un altro incontro inserito negli appuntamenti del secondo seminario “Al cuore della democrazia, la partecipazione” promosso dal “Cantiere per Catania” e dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro dell’arcidiocesi: a tema, in questa occasione, l’intelligenza artificiale (IA).

Tra i relatori c’è Paolo Benanti, con un curriculum che lo annovera tra i massimi esperti in materia. Padre Benanti, francescano del Terz’Ordine Regolare, è teologo, docente universitario, nonché consigliere di papa Francesco sui temi dell’IA e dell’etica della tecnologia. Da qualche mese è a capo della commissione per l’IA presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, «Ma non è qui in veste ufficiale» spiega Claudio Sammartino, coordinatore del “Cantiere”, presentandolo.

«Come tutte le rivoluzioni, l’Intelligenza artificiale presenta grandi opportunità, ma anche tanti rischi – continua Sammartino -. Nell’ambito di questo incontro vogliamo riflettere sull’utilizzo di questi strumenti nella partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale».
Intento rimarcato anche da Mirko Viola e Federico Incardona, membri del direttivo del Cantiere, che introducono Benanti dando alcune informazioni generali su cosa è, come funziona l’IA e cosa sono gli algoritmi.

Il teologo concentra l’attenzione del suo intervento riflettendo sull’aspetto etico della materia: «Guardare all’intelligenza artificiale in una forma etica significa fare attenzione a ciò che induce nella società. Se pensiamo all’informazione, oggi le grandi piattaforme contraggono il mercato: così quello che leggiamo non sono gli articoli più approfonditi, ma quelli più interessanti e semplici».

E incalza: «Noi cosa chiediamo all’intelligenza artificiale? Siamo sicuri che l’uomo muova la macchina facendogli da sensore e non succede il contrario?»
E a queste domande, il professor Benanti dà le sue risposte: «Viviamo in una realtà ormai animata dai software: una Tesla non ha gli optional; è il software che sblocca tante funzioni quanti sono i soldi che spendi per acquistarla. La Tesla è una macchina autonoma, posso darle i comandi per farmi arrivare in un determinato posto nella maniera più veloce. Ma vorrei che nella mia Tesla ci fosse un “bias”, una preferenza sistematica, che eviti l’investimento dei pedoni per farmi arrivare velocemente a destinazione».

La trasformazione della realtà, così come la conosciamo oggi, parte dall’avvento del PC negli anni Settanta, per arrivare agli smartphone «Che ormai ricoprono l’80 per cento degli oggetti che prima portavamo in tasca o in borsa – prosegue Benanti -: anche la democrazia è ormai computazionale, e per questo rischia di diventare un’oligarchia. La sfida, quindi, sta nel gestire l’IA attraverso enti intermedi, la creazione di dialogo e la formazione di pensiero».

Ai nostri microfoni, dopo avergli chiesto quali saranno le applicazioni dell’intelligenza artificiale da parte della Chiesa, padre Benanti risponde: «C’è, come al solito, una cura e un desiderio pastorale, che fa sì che tutti gli strumenti possano diventare nuove interfacce per annunciare il Vangelo. Ad esempio, Avvenire di Calabria ha già realizzato dei bot a base di intelligenza artificiale che aiutano i ragazzi nei confronti della ricerca di alcune fonti e notizie affidabili. La missione della Chiesa è quella di diffondere la Parola attraverso nuovi mezzi: come siamo stati i primi a mettere la Bibbia sulla stampa, grazie a Gutenberg, sarebbe bello poter mettere con questi strumenti, a disposizione di tutti, la Sapienza ecclesiale».

Ma pubblicamente aggiunge: «come Chiesa siamo in una fase di profondo ascolto: nel processo sinodale cerchiamo di vivere in questa situazione, ciascuno con le proprie competenze. Non c’è ancora un magistero, come cristiani siamo attualmente chiamati a riflettere».

Sul tema dell’IA Act, su cui ha peraltro firmato nei giorni scorsi un editoriale di Avvenire, il teologo spiega: «Una macchina sempre più umanizzata ci obbliga a chiederci cosa significa essere umani. La normazione dell’IA serve a creare dei guardrail che salvaguardino il cammino della macchina, affinché non vada contro l’uomo”. È chiaro che chi produce questi strumenti sostiene che saranno il bene di tutti. Ma c’è tanto di ideologico dietro una presunta libertà».

(fonte prospettive.eu)