• 17 Aprile 2024 20:49

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Storie di stiliti, gli asceti che cercavano Dio in cima a una colonna

Nel nostro immaginario, l’esperienza austera dei padri del deserto e del monachesimo nordafricano dei primi secoli è legata a esperienze ascetiche estreme, a privazioni fisiche ai limiti della sopravvivenza in ambienti inospitali oltre che, naturalmente, a santi la cui popolarità è rimasta intatta a distanza di secoli. Eppure la storia dell’ascetismo cristiano, con quegli eremiti digiunatori, isolati in grotte fra rocce e sabbie assolate, è stata solo alle prime battute. Circa 50 anni dopo la morte del grande Antonio abate, avvenuta nel 356 nel cuore desertico della Tebaide, ecco che sulle sponde orientali del Mediterraneo, fra Siria e Cilicia, in piena epoca bizantina e in un momento di grande crescita economica e demografica (come era accaduto nell’Egitto dei Padri), iniziava l’avventura di san Simeone il Vecchio, il più conosciuto dei monaci cosiddetti “stiliti”, veri e propri campioni di privazioni fisiche a fini spirituali.

Del senso “atletico” della parola ascesi e dell’interpretazione del brano in cui san Paolo parla di se stesso come un atleta di Dio (1Cor 9,24-27), san Simeone fu un autentico performer. Ma certamente non fu l’unico, come si può constatare leggendo il ben documentato Al di sopra del mondo. Vite di santi stiliti (Einaudi, pagine 252, euro 28) della storica Laura Franco. Relativamente a quell’area e a quei secoli sono pervenuti fino a noi nomi e riferimenti storici di un centinaio di stiliti (di sei abbiamo le vite complete, anche da più fonti: Simeone il Vecchio, Daniele, Simeone il Giovane, Alipio, Luca e Lazzaro di Galesio), ma considerando la naturale dispersione delle notizie nel tempo, la scelta di anonimato di molti di loro e i canoni di diritto ecclesiastico greco tesi a regolamentare lo stilitismo, il loro numero fu certamente più elevato.

All’epoca di Simeone il Vecchio, nella medesima area geografica, avevano preso avvio quelle che forse, in ambito cristiano, sono state le forme ascetiche più estreme ed eccessive, sia per “crudezza” che per concentrazione di aderenti. Uomini e donne che manifestavano la loro totale adesione e partecipazione alle sofferenze di Cristo ritirandosi a vivere in celle, in grotte, in cavi d’albero o addirittura gabbie sospese così anguste da impedire al corpo di distendersi o di stare in piedi; persone che vivevano legate a catene o portando pesi tali da precludere la deambulazione eretta; altre che, per farsi ultime fra gli umani, non si lavavano per tutta la vita o vivevano da selvagge, nude fra i monti; altre ancora praticavano la “stasis” e, ferme in un luogo, stavano in piedi per settimane, mesi, anni, giorno e notte, esposte alle intemperie e agli animali, dedite alla preghiera e… alla sofferenza. Alcune, poi, sceglievano di vivere la stessa pratica salendo su un albero (dendriti), altre su una grande pietra o su una colonna (stiliti). Alberi e pilastri che indicavano il distacco dell’asceta dal mondo, ma che erano collocati in luoghi di passaggio o di incontro per divenire dei riferimenti spirituali, sociali e persino giuridici per città (Antiochia, Tessalonica, Aleppo, persino Costantinopoli) e villaggi, per comunità monastiche e numerosi pellegrini. E non mancavano le donne, chiamate stilitisse, sebbene a un certo punto sia stato loro vietato canonicamente di salire su una colonna.

Grazie a personaggi come Simeone il Vecchio, gli stiliti divennero vere e proprie istituzioni. Ci si recava da loro per chiedere consiglio o direzione spirituale, per ottenere guarigioni, miracoli e ricongiunzioni familiari, per sanare controversie civili e tant’altro. Il loro carisma e l’autorevolezza erano indiscussi, sia per il popolo che per i potenti, vescovi e imperatori compresi. Il loro stile oltre i limiti delle possibilità umane, totalmente esposto e dipendente in tutto dal prossimo, teso alla sopportazione di ogni dolore (compresa la consumazione della carne provocata dagli insetti e dalle larve che infestavano le loro piaghe), la veglia e la preghiera continua ne facevano degli esseri sovrumani, degni comunque di rispetto e venerazione. Anche dopo la morte, le colonne e i luoghi della loro stasis continuavano a essere meta di pellegrinaggi e di preghiere.

Quando nel 459 morì san Simeone stilita il Vecchio, già da un anno circolava una cronaca dettagliata della sua vita destinata ad avere grande successo nei secoli. Oggi a Qal’at Sim’an, la Pietra di Simeone, nei pressi di Aleppo, sono ben visibili i resti dell’imponente basilica edificata intorno alla colonna, inaugurata nel 490 e voluta due decenni prima dall’imperatore Zenone in persona. La fama di Simeone era tale che fra i santi nel calendario bizantino a lui fu assegnato il primo giorno dell’anno.

L’11 dicembre del 493, invece, moriva sulla sua colonna vicino a Costantinopoli, Daniele stilita e sacerdote. Era il discepolo più conosciuto di Simeone, consigliere dell’imperatore Leone e dello stesso Zenone, così famoso da essere, in seguito, chiamato in causa (racconta il suo agiografo) nella disputa fra ortodossia e monofisismo, al quale aveva aderito l’imperatore usurpatore Basilisco. Non c’era decisione che Leone prendesse senza consultarlo. Ѐ documentato che prima di trattare col re barbaro Gubazo lo abbia portato a visitare Daniele, dal quale fu molto colpito, e che l’accordo sia stato raggiunto sotto la sua egida. Il poeta Ciro di Panopoli, al quale lo stilita aveva esorcizzato con successo una figlia, gli dedica un epigramma. Dicevamo della sua morte: ebbene, nel descrivere gli onori attribuiti alla salma di Daniele, lo storico inglese Robin Lane Fox, in uno studio sulla figura dello stilita, non esita a fare il paragone con quanto accadde per le esequie di Antonio e Cleopatra.

Lo stilitismo ebbe la massima diffusione in Siria fra V e VII secolo. Fu praticato in Oriente con una certa frequenza anche oltre il XII secolo e il culto dei santi stiliti è giunto fino ai nostri giorni attraverso una vasta iconografia. Riguardo all’Occidente si conosce il caso di almeno uno stilita, raccontato da Gregorio di Tours. Si tratta del monaco longobardo Vulfilaico, che per contrastare il culto a Diana attorno a una statua su un pilastro nei pressi di Treviri, salì a vivere su una colonna collocata poco distante. Gregorio lo incontrò documentando il successo dell’iniziativa, contrastata, per invidia, dal clero locale. Sappiamo inoltre di un testo dello storico Teodoreto di Cirro (V secolo) in cui si descrivono le immagini di Simeone il Vecchio vendute a Roma ai pellegrini, che fu letto al Concilio di Nicea del 787 come testimonianza storica a favore delle icone.

Oggi naturalmente gli stiliti sono scomparsi, ma il monaco Maksim Qavtaradze, che vive in un eremo su un pinnacolo di roccia in Georgia, per qualcuno ne raccoglie un po’ l’eredità: lassù, testimone della tensione a Dio, nella precaria condizione dell’uomo, in costante pericolo di cadere.

(fonte Avvenire)